Visualizzazione post con etichetta tristessa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tristessa. Mostra tutti i post

lunedì 5 gennaio 2026

Vol XIX

Ti aspetterò nell'ultimo giorno d'estate

  1. La Rappresentante di Lista - Mina vagante
  2. M83 - Wait
  3. Caspian - Separation No. 2
  4. Imbaru - El olvido
  5. I am Waiting for You Last Summer - Today we escape
  6. Wet Leg - Ur mum
  7. Peter Schilling - Major Tom
  8. La Raza de los Cabizbajos - El sueño multicolor del robot de juguete
  9. Second Still - You two so alike
  10. Beach Boys - Surfin' safari
  11. Long Distance Calling - Blades
  12. Amanda Lear - Follow me
  13. Chris Isaak - Wicked games
  14. Kwoon - Jayne
  15. Rival Consoles - Recovery
  16. The Abyss Inside Us - There will always be hope
  17. Fémina - Mi eje
  18. Nytt Land - Sólarljóð
Durata: 79 minuti e 6 secondi...

mercoledì 1 gennaio 2025

Vol XVIII

Porque al final solo es carne

  1. Gata Cattana - La prueba
  2. Die Roten Punkte - I wanna go to Tokyo
  3. Bis - I'm a slut
  4. I Vazzanikki - Parabola ascendente
  5. Iolanda - Grito
  6. Lynched - Carlo Giuliani
  7. Residente ft. Amal Murkus - Bajos los escombros
  8. Ghali - Casa mia
  9. Otyken - My wing
  10. Long Distance Calling - Giants leaving
  11. Human Tetris - No One
  12. Slowdive - Avalyn
  13. Tea - Satellite
  14. Mazzy Star - Fade into you
  15. Lost in Algorithms - Post-truths
  16. Baïuca - Alentejo
  17. Feiká ft. Rökurró - Svanur
  18. Daniela Pes - Carme
  19. Sophie Hunger - Le vent nous portera
Durata: 78 minuti e 27 secondi...

lunedì 1 gennaio 2024

Vol XVII

I'm not having any fun.

I'm over it. 

  1. Eels - Manchild
  2. Baiuca - Olvídame
  3. A Swarm of the Sun - I fear the end
  4. Sleepmakeswaves - One day you will teach to let go of my fears
  5. hecklAa - Yamuna
  6. Wardruna - Raido
  7. Lili Refrain - Earthling
  8. Portishead - The rip
  9. Placebo - Burger queen
  10. Gorillaz - On melancholy hill
  11. Band of Horses - The funeral
  12. Cigarettes After Sex- Nothing's gonna hurt you baby
  13. Still Corners - Berlin lovers
  14. Gísli Gunnarsson - Sky opener
  15. Daniele Silvestri - A bocca chiusa
  16. Huntza - Aldapan gora
  17. Giancane - Sei in un paese meraviglioso
  18. Gata Cattana - Lisístrata
  19. Creeds - Push up 
Durata: 79 minuti e 38 secondi...

martedì 3 gennaio 2023

Vol XVI

I know it's over
And it never really began
But in my heart it was so real


  1. Heilung - Asja
  2. The Smiths - I know it's over
  3. Las Taradas - La preferida
  4. heklAa - Yamuna
  5. Ólafur Arnalds - Happiness does not wait
  6. Hurry, Eskimo - Sent forever
  7. Amalunga - Nothing
  8. No Clear Mind - Saint John
  9. Meanwhile, Back in Communist Russia - Blindspot/Invisible bend
  10. Rainbow Kitten Surprise - It's called: freefall
  11. Baiuca - Morriña
  12. Tongo - Machirulo escóndete
  13. Sara Hebe - Tuve que quemar
  14. Kumbia Queers - La despedida
  15. Bomba Estéreo - Flower power
  16. La Rappresentante di Lista - Questo corpo
  17. Brutus - All along
  18. Dengue Dengue Dengue! - Pua
  19. Hardcore Tamburo - Gute nacht
Durata: 79 minuti e 42 secondi...

martedì 4 gennaio 2022

Vol XV

Esconder cento e noventa e nove vezes a desilusão, depois amar

  1. Indignu - Duzentas promessas para um mundo melhor
  2. Ehma - L'arrivée
  3. Heilung - Svanrand
  4. Le Wanski - Tarte à la myrtille
  5. Kid Francescoli - Moon
  6. Kinks - Phenomenal cat
  7. Sleepmakeswaves - One day you will teach me to let go of my fears
  8. Men at Work - Who could it be now
  9. I Vazzanikki - La droga no
  10. Fuimadane - Vita fram
  11. YĪN YĪN - The sacred valley of Cusco
  12. Arctic Rise - A hero's journey
  13. Osi and the Jupiter - Fjörgyn
  14. Ghinzu - The dragster-wave
  15. Non Somnia - The end of the world
  16. Sky Architects - Ignite
  17. La P'tite Fumée & Les Ramoneurs de Menhirs - Thunderbreizh
Durata: 78 minuti e 27 secondi...

giovedì 18 giugno 2020

Ricordi sbocciavano i rincospermi

Ho sempre pensato che, se proprio dovessi rinunciare a un senso, rinuncerei all'olfatto. Non ho cambiato idea ultimamente, lo penso ancora. In queste settimane però devo dire che alcuni odori che si sentono nell'aria costituiscono una delle poche cose capaci di portarmi lontano. Già che lontano, fisicamente, pare impossibile andare. Almeno per il momento. L'aria, quando si può respirare liberamente, porta con sé il profumo dei falsi gelsomini, che spesso si mischia con quello di altri fiori, che odorano di un caldo intenso e di ricordi confusi e lontani: sanno di succhi di frutta e di nonni, di trampolini elastici e di asfalto che scotta, di ghiaccioli al limone e di luci lontane, di ventole che ruotano tardi con l'unico soffio di vento della sera e di luna piena, di terra appena irrigata e telefonate perse. Preferisco il profumo silenzioso della betulla e del fungo, l'odore del freddo che frusta la pelle, ma quest'anno va così. L'ultima estate passata da queste parti fu quella del 2005. Allora fu per un virus che colpì solo me. Pare che quando si sta bene, non ci siano motivi validi per restare qui tra giugno e settembre. 

venerdì 28 dicembre 2018

Non eravamo una banda di idioti, ma una manica di pirla


Il 29 luglio per me fu un giorno bello. Non perché fosse domenica, in fondo per me i giorni della settimana, in particolar modo tra maggio e settembre, non fanno una gran differenza. Più ancora del giorno, fu la serata del 29 luglio ad essere particolarmente bella, anzi una delle migliori dell'estate: si mangiava gelato e si parlava di unicorni. 
Il mattino seguente c'era il sole, io stavo al porto aspettando che arrivasse la nave con cui lavoravo quel giorno. Fu lì che ricevetti il messaggio. Poche parole, neanche dieci. "Ragazze, ho una notizia bruttissima: è morto il Gio".
Il Gio. Verso la fine del 2014 c'eravamo parlati un'ultima volta, dopo svariati anni. Non perché avessimo litigato o per qualsiasi tipo di dissapore, ma, come spesso accade, semplicemente perché si percorrono strade diverse, e non solo in senso figurato. Non si passava più dai soliti bar. E poi si era pure trasferito, non lontano, forse una dozzina di chilometri, quel tanto che basta per non incrociarsi mai e infatti, dal 2014, ricordo di averlo visto una sola volta, io a piedi e lui in auto, senza che lui mi notasse.
Insomma, era una persona che ormai era uscita dalla mia vita e neanche da poco tempo, direi da un decennio abbondante.
Il fatto è che prima, invece, ne faceva parte in maniera assidua. Avevamo iniziato a frequentarci a causa della pallavolo. Quando io andai a schiacciare i miei primi palloni, lui già faceva parte della squadra. Io avevo 16 anni, lui 21. Giocavamo in un posto che definire palestra è eccessivo: le linee di delimitazione si trovavano solo a una manciata di centimetri dalle pareti di cemento. E come quel campo veniva imprigionato in uno spazio tanto stretto, la sua bravura e quella di altri miei compagni di squadra (mi sfilo tranquillamente dal gruppo, io sono sempre stato uno scarsone) restava incatenata anno dopo anno ai campionati di periferia del CSI, tra le squadre dell'oratorio e quelle formate dai cinquantenni che continuavano imperterriti a non attaccare le ginocchiere al chiodo. Così nell'anno in cui salutai tutti e me ne andai in Svezia, lui e gli altri decisero di provare a puntare un po' più in alto. Niente di che, ma effettivamente nel giro di due anni arrivò una promozione in serie D. Alla fine della stagione successiva, la squadra si sciolse. Di quell'esperienza ricordo soprattutto due cose: una grigliata al lago in attesa di una partita mai giocata causa Giovanni Paolo II morente (e da allora posso fregiarmi del fatto di essere stato convocato a giocare in serie D una volta ogni morte di papa) e una telefonata a lui, il presidente, per dirgli che dovevo pagare una porta in vetro che avevo mandato in frantumi con un calcio. Un'altra porta sfasciata fu probabilmente il momento più intimo con lui. 
Oltre alla pallavolo c'era molto altro: i sabati sera a bere i cubini, i pomeriggi a pesca (io dilettante assoluto, lui che si costruiva le mosche da solo). La musica. A quel tempo internet andava a 56k, in due ore se andava bene si scaricava una canzone, quindi ci scambiavamo ancora cd e addirittura cassette. Se non ricordo male il primo album che mi prestò fu Rust in Peace dei Megadeth. Poi c'erano i concerti. Tra gli ultimi: Rammstein, Apocalyptica (al Rainbow di Milano alle 18!), Elio. L'ultima volta che ci eravamo parlati mi aveva dato l'indirizzo web del gruppo in cui suonava, dicendomi di fargli sapere cosa ne pensavo. Non ho mai visitato quel sito, non gli ho mai fatto sapere cosa ne pensavo. Ma due settimane fa sono andato a un concerto in sua memoria e ho sentito le sue linee di basso. Non l'avevo mai sentito suonare prima. 
Tra qualche minuto sarà il 29 dicembre. Saranno passati 5 mesi da quel bel giorno d'estate e da quella bella sera di unicorni e gelato. Nel frattempo ho imparato che gli amici, se veramente sono stati tali, per quanto possano prendere una strada diversa, lasceranno per sempre un'impronta profonda nella nostra anima.

venerdì 29 dicembre 2017

Dieciscatti nello stagno

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un edificio in legno, a pochi metri da quel che chiamano comunque mare. Non so se ci sia il sole o se stia piovendo, c'è sicuramente un vento che mi avvolge, forte e delicato. Penso possa esserci il sole.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-L'attraversamento pedonale più celebre stampato nella mia memoria. Non è Londra, non ci sono i Beatles.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-All'improvviso, è come se si ritovassero allineati tutti gli astri, tutti i pianeti. Un momento di perfezione. Il legno, il fuoco. Le rane.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il sole, la montagna, maestosa, sul fondo. Ma è un deserto che brucia. Intanto le zebre parlano, i Ramones cantano, premonitori, che le cose non durano per sempre. E in qualche modo, baby, non lo fanno proprio mai.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Nel ritmo incessante delle stagioni, non cambia nulla: è di nuovo un autunno a seguire ll'estate, le fragole si declinano al maschile in un nuovo abc. Un gradino qualsiasi diventa uno spazio meraviglioso.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Accanto alla metro c'è un parco. Ci sono diversi cani, si intravedono tra le altalene, gli scivoli, le panchine prive di listelli e cariche di scritte. La nebbia sfuma i colori già bui. Cala l'umidità, ma tra le mani si sente un calore di grandezze diverse, un caldo che dà i brividi ed è difficile, se non impossibile, da spiegare.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una piccola lastra trasparente sormontata da un tubetto metallico giallo ci divide. All'epoca non pensavo sarebbe stato per sempre. Rimane solo il profumo di lampone intriso su un piccolo pezzo di gomma elastica, fin quando non svanìsce pure quello.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una danza nella neve, che di quest'ultima conserva solamente il freddo. Poi si trasforma solo in una danza nella nebbia, con una sola luce distante e imprigionata in una fessura. La mattina i gabbiani volano come falchi, io mi limito a camminare veloce, ma non leggero.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una sera piovosa, molto piovosa, esco quasi all'improvviso. Due birre, diverse risate, una ghianda. Tutto ciò non è nei piani. Anche dopo le due birre, le diverse risate e la ghianda, continua a piovere tanto, moltissimo. Sarebbe uguale anche se fosse in un film. Gocce che corrono così veloci da sembrare piccole frustate tra gli occhi. Pare quasi spontanea, naturale l'offerta di un riparo, di un posto per scaldarsi. L'ultimo treno sembrava solo in transito, invece sta rallentando. Si ferma. Si aprono le porte. Non salgo.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un'epoca molto più recente, una strada conosciuta, fatta innumerevoli volte. Mi fermo, al margine del marciapiede. Da lì sono passate migliaia di persone. Probabilmente continueranno a passarcene altrettante. Un tempo era successo che tutto si trovasse lì. Era passato anche un momento in cui si avevano migliaia di futuri a disposizione. Invece ora c'è un momento in cui, tutt'intorno, non resta che aria. Non si vede nessuno all'orizzonte. Tutto vuoto: la larghezza, l'altezza, la profondità, il tempo.

domenica 1 gennaio 2017

Vol. X

Un altro anno riassunto in (poco, pochissimo meno di) 80 minuti.
  1. Aarktica - Happy anyway
  2. Marlene Kuntz - Ape regina
  3. Gathering - Mandylion
  4. Laibach - Mach dir nichts daraus
  5. Félperc - Going nowhere
  6. Rolling Stones - Paint it black
  7. George Baker Selection - Little green bag
  8. Dmitrij Šostakovič - Waltz no. 2
  9. Indignu - Capítulo I  Onde as nuvens se cruzam
  10. Frank Sinatra - Where are you?
  11. Radiohead - Creep
  12. [kataplismik] - Regarde
  13. Tired Army - January
  14. Otis Redding - (Sitting on) the dock of the bay
  15. The Space Lady - Gosth riders in the sky
  16. Eduardo Gatti - Los momentos
  17. Trio Los Panchos - Quizás, quizás, quizás 
  18. Joy Division - Love will tear us apart
Durata: 79 minuti e 53 secondi...

venerdì 30 dicembre 2016

Dieciscatti 2016 la carica dei 300

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Ho visto le porte scorrere lentamente per chiudersi giusto davanti a me, come nei film si chiudono davanti alla faccia del protagonista, mentre parte una musica leggermente triste in sottofondo. In una commedia, al posto della musica triste, il protagonista con un colpo di scena all'ultimo secondo sarebbe saltato tra quelle porte e tutto sarebbe finito bene. Invece fuori dalla commedia tutto sarebbe finito e basta. In quel momento ci sono altre persone intorno, non tantissime ma neppure poche, eppure è come se mi avessero messo in una cella di massima sicurezza, isolato. Per un attimo c'è uno sguardo a cui ancora do importanza, cerco di leggerci parole che probabilmente non ha mai voluto esprimere, una mia libera interpretazione.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un gesto di stizza, un insulto malcelato, una reazione strabordante. D'un tratto la mano è sul collo e stringe la presa, avvolgente. Posso sentire la lenta ricrescita di una barba che si intuisce poter essere folta, a cui segue una zona di pelle morbida. Sotto, la cartilagine lievemente appuntita del pomo d'adamo si muove al ritmo delle deglutizioni, mentre di lato si può sentire il leggero pulsare della carotide e il calore del sangue. Un uomo così grande sembra avere gli occhi improvvisamente piccoli, pure se ora sono spalancati. La bocca leggermente aperta gli conferisce un'espressione incredula e spaventata. Stavolta non è una libera interpretazione, quello sguarda significa proprio paura. Ogni tanto sento ancora sulle dita il piacere sadico di quella presa e anche se il mio sguardo non lo ammette, capita anche a me di aver paura.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una carta magica che mi ha permesso più volte di galleggiare, i gemelli che si inseguono e litigano per decidere se stare all'ombra o al sole. 

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Ho visto un'amica, con il gusto di rivedersi dopo tanto tempo e ritrovarsi al primo abbraccio con la stessa sintonia di dieci anni prima. L'ho sentita scorrere e crescere nei suoi racconti, divenuta così diversa da quella ragazza che avevo conosciuto all'epoca, ma così uguale nelle nostre battute e nella capacità di capirsi al volo.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un casolare esteticamente rivedibile, un parallelepipedo bianco nel mezzo dei campi e dei vigneti, con molti lavori in corso, un salone adibito ad area tiro con l'arco giapponese, una roulotte semiribaltata all'inizio del viale, in curva, per rendere difficile il passaggio delle macchine. Nello stanzone che fa da soggiorno e da cucina uno o più topi attendono le tenebre per sgranocchiare lo sgranocchiabile. Sul soffitto molti folcidi e senza che me ne renda conto per la prima volta dormo senza terrore di avere degli aracnidi a poca distanza da me.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-La neve, un unico giorno di neve in quel paese dove passo le mie estati. Un unico giorno in cui tutto è coperto di bianco, come ci si aspetterebbe che sia lassù al nord. Quel giorno ho avuto la fortuna di poter fare un giro in tranquillità, con quel rumore di ossa sbriciolate sotto i piedi, godendo del vento freddo e dei cristalli che sferzavano la pelle. Un unico giorno in cui all'indifferenza scontata e triste degli adulti ho preferito la gioia dei bambini.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il fuoco ha bruciato tutto il bruciabile, sono passati mesi da quando è accaduto, ma l'odore è ancora forte e ben presente. Mi piace quel tipo di odore di legno bruciato che mi ricorda di tempi in montagna, della pizzetta del mercoledì tornando dal mercato, una delle poche interruzioni della routine, oppure la stufa di una casa austera di pietre chiare, così in contrasto con il buio interno. Ma lassù è rimasto solo il nero degli arbusti bruciati, una chiazza molto ampia che si vede anche dal minuscolo gruppo di case in cui mi trovo a passare qualche settimana. Non passerà inosservata per lungo tempo.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il regno di ghiaccio. Il collo del gatto. Ha un nome morbido ma una salita dura. Una camminata che porta direttamente sul ghiacciaio, il vento soffia tra le spianate azzurre. Visto da lassù sembra enorme, rende risibile ciò che l'occhio del turista vede (e apprezza) normalmente.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il sottosuolo mi affascina. Non solo nella sua accezione di dimora per cadaveri, ma anche per quella sua capacità di aprirsi improvvisamente in regge eleganti, saloni maestosi retti da pilastri in eterna costruzione, goccia dopo goccia, millennio dopo millennio. Una delle meraviglie della natura: mentre noi corriamo con le nostre vite piene di affanni e vuote di paziemza, ci preoccupiamo del tempo che passa inesorabile, lasciando poi spazio ai nostri figli, ai nostri nipoti, poi ancora ai nipoti dei nipoti e alle loro preoccupazioni, una goccia si affaccia lentamente e timida si chiede "che faccio, mi butto?", senza che la goccia alle sue spalle le dica mai di sbrigarsi.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Frammenti di vita che restano legati a persone di passaggio, attimi di bellezza che ci scambiamo con gente che non abbiamo mai visto prima e che probabilmente non rivedremo più. Dalla bruttura della massa si ergono all'improvviso figure che destano interesse. Negli aeroporti, in una stazione, in una camera sovraffollata di un ostello. Come Simon, pazzo hooligan olandese, Aielet che vuol costringermi a fumare, una giovane tedesca di cui non ho saputo neppure il nome con cui si parla di viaggi per tutta la sera, Olivia che è da un anno e oltre che va in giro per l'Europa e nel suo campionario di esseri sottoposti ai suoi studi psicologici per qualche ora mette pure me. O come una ragazza con un nome luminoso e un sorriso ancora umido che mi dorme accanto stanca ma tranquilla e rassicurata solo dalla presenza di uno sconosciuto.

martedì 8 novembre 2016

The starman

In un'epoca in cui definirmi bambino era più che accurato anche -e forse soprattutto- da un punto di vista prettamente anagrafico, capitò che ci fu una sera in cui arrivò un signore a passare del tempo in ciarle nella casa in cui stavo e in cui di tanto in tanto mi capita di stare pure nell'attualità. Quel signore parlava parlava parlava, snocciolava parole su parole inerenti ad argomenti che non ricordo io e probabilmente non ricordano neppure gli altri presenti. A un certo punto però mi parlò delle stelle, evidenziando come esse non fossero tutte uguali tra loro e come fossero diverse da quanto io bambino anagrafico -e non solo- mi aspettassi. Nane rosse. Nane bianche, quelle degeneri delle nane bianche! Nane nere, eventualmente, non certe, ipotetiche. Le stelle del resto rimangono là, lontane lontane lontane, possiamo anche pensare che dove c'è il buio ce ne fosse ipoteticamente una. O ce ne sia una spenta. Nera. Che sul nero visibile da qui, non risalta più di tanto. Quel signore disse tante cose sulle stelle. E anche sui pianeti, tipo che se uno non ci fa attenzione e vede un puntino luminoso in cielo pensa che è una stella e invece poi se si fosse informato per benino avrebbe saputo che sta guardando un pianeta. Poi volendo uno si può anche informare proprio bene e sapere addirittura quale pianeta sta visionando nella notte buia e profonda ricca di mostri trasparenti trapuntati piuminati stellati e solitari (perché la loro caratteristica principale è comunque la trasparenza e tra di loro non si vedono e allora sono convinti che nell'immensità forse infinita dell'universo sono soli, invece si sbagliano, perché noi, o almeno quelli di noi che passano più tempo del dovuto a guardare il cielo, li vediamo e possiamo capire che sono svariati). Dopo aver accumulato un po' di nozioni sulle stelle, apparivo interessato all'argomento. Qualcuno pensa che sia brutto non accontentarsi della bellezza e voler vedere cosa ci sia dietro. Ma poi qualcun altro, con cui sono abbastanza d'accordo, disse che un bel tramonto, anche quando pensiamo che sia il frutto di una grossa fusione nucleare, resta comunque un bel tramonto. 
Capitò in seguito che quel signore mi regalasse il suo telescopio, una cosa che a me bambino sembrava enorme e forse lo era veramente. Aveva un filtro verde scuro per guardare la luna. Un altro filtro scurissimo serviva per guardare il sole. Le luci della città non erano l'ideale per scrutare il cielo. Lui per motivi suoi non aveva più da usare il telescopio, non gli serviva più. Credo di aver deluso molto le sue aspettative, anche se lui non l'ha mai saputo io il suo telescopio l'ho lasciato inutilizzato sul balcone e dopo poco tempo ho assistito al suo smembramento. Ci possono stare tante cose su un balcone: i vasi, gli innaffiatoi, dei cestoni, i fagiolini da tagliare, le biglie, le partite di pallone e il torneo di calcetto in solitudine, la gatta, i panni stesi, la valigia che prende aria, le scarpe bagnate, l'ombrello ad asciugare, io che leggo i fumetti. Il telescopio no, e ora da tanti tanti tanti anni non c'è più. Non saprei dire dove sono finiti i suoi pezzi e probabilmente avendo l'occasione non saprei neppure rimontarlo. Ma tanto le luci della città non sono l'ideale per scrutare il cielo. Adesso è ancor peggio rispetto a quell'epoca in cui ero bambino e il signore mi parlò delle stelle. 
Anni dopo, in un'epoca in cui forse per definirmi anagraficamente sarebbe azzeccato utilizzare il termine inglese teenager, mi capitò di passare dalla casa del signore delle stelle. Ogni volta che mi capita di passare sulla via in cui stava casa sua, penso a lui. E penso al suo gatto. I gatti e i cani sono anch'essi cristalli. Per me un gatto o un cane che ero abituato a vedere nel 1988, non ha ragione di essere morto. Potrebbe essere che sia ancora lì in quel cortile dove stava nel 1988. Casa sua puzzava di piscio di gatto all'ingresso, perché lì c'era la lettiera. Poi in sala c'era un odore abbastanza pungente di fumo. Fumava molto il signore delle stelle. Eravamo a casa sua per portargli un piccolo regalo. In quell'occasione, scoprii l'esistenza di Charles Bukowski e della follia come concetto ordinario. 
Passarono molti anni. In alcuni di essi mi capitò di parlare col signore delle stelle per telefono, normalmente inventando scuse per dire che mia mamma non era reperibile anche se in realtà lo era. Non per scelta mia per fargli sgarbo, erano ordini dettati dall'alto. Mi succedeva anche di incrociare il signore delle stelle per strada e di salutarlo, senza molte altre parole. Anzi, col tempo le parole divennero sempre meno. E anche gli incroci, perché spesso quando vedo una persona che conosco la evito. Anzi ogni tanto esco con la voglia di incontrare qualcuno che conosco giusto per cambiare strada e poi riuscire a non farmi vedere. 
L'ultima volta che parlai con l'uomo delle stelle, fu perché mi chiese se avessi un euro. Non perché mi conoscesse e gli servisse quell'euro in modo impellente per fare qualcosa di importante, ma perché era divenuta sua abitudine chiedere soldi ai passanti. Per comprarsi le brioche, il bicchiere di vino bianco all'osteria della stazione o le sigarette. 
La sanità mentale è un'imperfezione e negli anni l'uomo delle stelle aveva fatto un po' di passettini verso la perfezione. Ormai non lo si vedeva più in giro, pare che fosse finito in una sorta di comunità, non mi sono mai informato più di tanto. 
Arrivò anche l'ultima volta in cui lo vidi, magro, molto magro, rasato di barba e di capelli, sguardo vuoto e giacca pesante in un giorno caldo. E così l'ultima volta che lo vidi, pensai come fosse possibile che non avesse caldo. 
Questo post l'avrei voluto scrivere qualche mese fa, in estate, in occasione del suo funerale. Ma poi la mia pigrizia mi ha ostacolato. Ma ho ripensato a lui in queste sere, in questo paesino che non ci riesce molto bene ad assomigliare a una città, in cui le ore di buio sono più di quelle di luce, dove i lampioni ultimamente non si accendono e dunque quando il cielo è terso si vedono benissimo le stelle. 
Ciao Ennio.

lunedì 23 maggio 2016

Bye bye déjà

Aprile fu ventoso, come tanti anni prima. Vicino scorreva un fiume, lontano le città. Di notte le rane gracidavano e brillavano le stelle, di giorno pioggia e sole si potevano alternare senza fornire sostanziali differenze a chi ci viveva sotto. Un giorno vidi un fiume che fino a poche ore prima non esisteva. Scorreva senza particolare impeto in un letto preposto al suo passaggio. Un canale quasi sempre vuoto che d'improvviso si riempiva, per tornare vuoto e secco dopo poco tempo. Molte cose tendono a somigliarsi se non si bada alla forma, ma piuttosto al contenuto. Senza cascate, si potevano trovare conchiglie stupende.
Cominciai di nuovo a riempire buche, scavate dai cinghiali durante l'inverno. Poi tolsi molti sassolini, per rafforzare gli argini. Di nuovo buche. Vuote. Piene. E poi alveari abbandonati, tetti scoperchiati, raccolte interminabili di foglie e rami.
Arrivarono i tedeschi, come tanti anni prima. Poche parole per loro e un disprezzo crescente.
Un gatto nero con una piccolissima macchia bianca sul collo passava veloce sullo sterrato, le lumache al contrario si inseguivano lentamente, senza trovarsi prima che arrivasse il buio. Un ragno di dimensioni notevoli non riusciva a scavalcare i bordi di un'insalatiera.
Nel frattempo contai macchine, ascoltai canti partigiani francesi e pensai a quanto fosse labile il concetto di bellezza: la decadenza di fabbriche in disuso, gli alberi che crescevano tra le finestre, erano fantastici per me, ma non per un uomo che passava nello stesso momento da quelle parti in macchina.
Mi trasferii poco distante, sempre lungo lo stesso fiume, per caricare foglie, tronchi segati ed erba ormai secca su una cariola per viaggi infiniti, e ancora rami spezzati ovunque, rami tranciati, cesoie e forbici. Passai di nuovo molto tempo a tagliare. Dopo moltissimi anni persi di nuovi i sensi, assaporando per un attimo la bella sensazione di non sapere, non vedere, non sentire, non capire, non esserci.
Sulle montagne ritrovai la libertà, perdendomi sempre più rapidamente, pestando i ricci con le mani, camminando sui cespugli, ingrovigliandomi nelle spine, respirando l'odore del legno bruciato sulla cresta della montagna annerita. Andai a visitare anche l'abisso, luogo gradevole come spesso succede. All'uscita il sole splendeva fortissimo.

venerdì 11 marzo 2016

Och tåget rullade en gång till

Dopo l'uno, senza sorprese si presentò il due. Il problema sul quando stare altrove fu mitigato da eventi sportivi in cui si rividero diversi ex compagni di viaggio in quel mondo della pallavolo che ancora fa sentire la sua assenza quando sempre più raramente mi capita di metter piede in una palestra. L'ultima volta, proprio in quel palazzo, dopo un'entrata trionfale accompagnata da insulti di un'intera tifoseria, ci fu l'unico trofeo. Dopo anni, ci fu una stretta di mano e un ringraziamento a chi mi portò la coppa sotto gli occhi. All'uscita pioveva, sia dentro che fuori. 
Una mattina mi ritrovai alla stazione dei bus in quel posto dove circa vent'anni prima avevo visto chissà quanti concerti, attaccato alle casse, con le botte fisse sulle creste del bacino, tra l'odore di birra e di marijuana. Invece ero a tanti anni e qualche centinaio di metri di distanza da tutto ciò, con una valigia rossa e un adesivo polacco in attesa. All'arrivo fu Nizza, troppo italiana, tra topi, l'uomo nero e un carnevale che non mi fece divertire. Un passaggio sulle montagne, un altro di ritorno verso il confine, un monastero lasciato vuoto, il freddo al pensiero di dio, la rabbia al pensiero che un pezzo di carta basti a stabilire chi siamo e dove possiamo andare. Venne il tempo di andare a Marsiglia, di cambiare i programmi e di starci solo due giorni, tra il distruttore di Roma e l'aiutante dei siriani. Poi Montpellier. In stazione un tossico rovinò l'entrata in scena. Un giorno piovve forte, fortissimo. Un solo giorno. I gatti miagolavano alle cinque di mattina. Io ero già sveglio, a volte in contemplazione di una madonna dipinta che il tempo aveva velocemente scrostato, rendendola inesistente. A tratti sembrava ci fosse troppo tempo, un'abbondanza da lasciare vuota, non avevo nulla da aggiungere, il mio stupore era fuori luogo e del resto neppure io appartenevo a quel posto. Persi a briscola e non fu un caso. Ci fu da partire e stavolta ero io che lasciavo. C'è sempre un paio d'occhi che se ne va prima dell'altro. A Nîmes passai quel giorno che tre volte su quattro non esiste, incontrando la solitudine. Era davvero in forma e decise di restare.

martedì 29 dicembre 2015

Dieciscatti 2015 light blue edition

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una gatta che miagola dietro una porta chiusa, sta nevicando forte ed è mattino presto. Molto presto, tipo le 6,15. Apro la porta. La gatta mi guarda e mi attende, sprofondata nella neve. Io sono in pigiama e infradito. Lascio le infradito, faccio un passo in avanti, la neve mi arriva fino a oltre le caviglie, ce ne saranno venti centimetri. La gatta non mi attende più.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-C'è un gatto. Ma è un altro gatto, lontanissimo da quello di prima. Sta sdraiato in fondo al giardino. Lo guardo. Mi guarda. Sono lì fermo ad aspettare e allora arriva. Mi fa felice la sua voglia di vedermi. Mi fa triste il suo bisogno di vedermi. Andiamo insieme ad accarezzare le betulle, che non si esprimono quasi mai sulle loro necessità affettive.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Tra le luci di una città mai vista prima, saliamo verso il cielo. Io e una persona mai vista prima. Saliamo solo di pochi metri e a scatti. A tratti ci guarda, minaccioso ma immobile nella sua posa forse troppo stereotipata, un tirannosauro. Poco oltre l'acqua scorre, con una veemenza limitata dal ghiaccio. Qualche settimana dopo, mi capiterà di pensare che siano le sette di sera quando invece sono quasi le dieci.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Guardo verso l'esterno, ci sono solo due piccole linee di luce. Non danno fastidio, anzi sono quasi da considerarsi un lusso. Non c'è spazio per le ombre, ma non occorre vedere tutto il tempo quel che si sa già che c'è. Non fa freddo quando ci si sveglia. Ma è presto, troppo presto. Fa male aspettare che arrivi un'ora prestabilita. Sono notti da Chopin.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Io l'aurora boreale non l'avevo mai vista prima di quel giorno. Me la immaginavo diversa. Ma è solo settembre e siamo a sud, è già tanto che si veda. Una luce bianca che non danza, ma a modo suo pare armoniosa. Non ha la pesantezza di chi non sa ballare. Leggera pulsa e se ne va, poi torna, si fa più intensa, si allontana. Torna. E non c'è più.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Uno scoglio quasi sulla spiaggia. Con la bassa marea forse l'acqua non lo coinvolge. Ma in quel momento lui sta lì in mezzo e le onde si spezzano. Alcune sono tenaci e gli girano intorno, si incontrano di nuovo per poi ritornare da dove sono venute. Altre sono deboli. Due gocce che fino a un attimo prima erano legate d'un tratto si infrangono sulla pietra e non hanno una spinta sufficiente per rivedersi alle sue spalle. Perse forse per sempre.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il sentiero è coperto di foglie, del resto l'autunno avanza e non ci sarebbe da stupirsi se dovesse iniziare a piovere violentemente. Non importa, bagnarsi è una delle opzioni contemplate. Sono in competizione con chiunque sia davanti a me. L'ultima volta che ero salito in montagna era stato oltre due mesi prima, era ancora estate però a tratti aveva piovuto. Era stata una salita violenta. come questa. La meta non la conosco. Non so il dislivello. Non so quanta strada ci sia da fare. Basta fare un passo dopo l'altro per vedere dove si arriva. Se si fa tardi, si può tornare indietro senza essere arrivati. Può essere una di quelle occasioni in cui l'importante non è la meta, ma l'essenza del viaggio stesso. In alcune zone il vento è tanto forte da spezzare i rami, alcuni cadono non lontano da me. Sul sentiero ci sono anche alcuni tronchi, forse caduti di recente.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-C'è un posto sotto cui non non ho identificato esattamente cosa potesse scorrere, circondato da cadute fatali. Da lì normalmente non si vede nessuno, ma si vedono molte cose. Erba, acqua, fili, silenzio, parole, corde, fiori, lamponi. Quasi sempre il sole. Mai altre stelle.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Nelle vetrine ci sono animali esposti da quasi un secolo. Faccio fatica a capire se la luce si accende o si spegne, se la porta si apre o si chiude. Ma è il contrario di quel che è stato fino a quel momento. Un muro tra due mondi c'è sempre stato, ma in qualche modo il fluire di uno nell'altro era possibile. Ora è arrivato il periodo dell'aridità e tutto, ma proprio tutto, si fa deserto. Nei rari spazi in cui resiste poca acqua, ci sono sabbie mobili. Dietro la porta ora c'è una parete compatta e sigillata. Nulla entra e nulla esce. Si deve scegliere in che mondo stare, a quale appartenere. In basso si nota un corvo imperiale, a differenza delle rondini nere penso che nasconda qualcosa di più che una minima intenzione simbolica.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Sono in ritardo. Il sole è quasi sparito, ma non importa. Il giorno è adatto per andare sott'acqua. I sassi, le alghe, il freddo. Inciampo più volte ma non cado, faccio un piccolo salto e di colpo l'aria non c'è più. Salto, c'è ancora per un istante. Poi di nuovo tutto si fa liquido. Apro gli occhi, così anche i miei si bagnano di acqua salata. Anche se in quel punto il sale non si sente per niente. Potrei vedere di nuovo com'è la situazione là fuori. Torno sotto e decido di fare una piccola visita alla morte, apro la bocca e respiro acqua. Diminuisce l'intensità della luce. Per il momento però non posso ancora farle molta compagnia, non è carino quando fuori c'è gente che aspetta.

lunedì 30 novembre 2015

Bulgarian wood

Non pensavo che l'ultima -probabilmente- trasferta del 2015 mi avrebbe portato laggiù. E invece, il 21 mattina alle ore 11 e 15 locali, mi ritrovavo ad atterrare all'aeroporto di Sofia. Dopo aver lasciato parte dello stomaco tra i saliscendi dei vuoti d'aria, per iniziare al meglio l'esperienza in una nuova terra straniera segnata profondamente da una quantità inusuale -per me, ovvio- di caratteri cirillici. 
In parte il viaggio era stato deciso dal caso (del tipo che una settimana prima avevo cercato "ovunque" come possibile destinazione, affidandomi poi a una delle soluzioni più economiche, per la precisione la terza, alle spalle di Lourdes e di Poznań), in parte era stato deciso da altri (del tipo che avrei voluto organizzare degli spostamenti per andare a trovare qualche persona che però o non mi ha più fatto sapere nulla o è stata colta da imprevisti imprevedibili troppo cronoassorbenti), in parte era stato deciso da un'idea mia piuttosto stupida (del tipo che l'ultima persona con cui ci si era reciprocamente proposti di vederci era Sofia, da qui la decisione che se non potevo andare da Sofia, allora sarei potuto andare a Sofia, giusto per una simpatica coincidenza dei due nomi e la sola mancanza di una d). Dunque niente Portogallo, ma Bulgaria. L'aeroporto di Sofia ha una cosa che mi è subito piaciuta: è attaccato alla metropolitana, quindi a parte la fatica di trovare la navetta per arrivare al terminal 2, non c'è lo sbatti di cercare il bus giusto per arrivare in città. E pure l'ostello dove sono stato aveva la stessa caratteristica: ci sono arrivato quasi senza perdermi (sbagliare un paio di vie mi pare accettabile). Comunque la cosa che veramente mi premeva era farmi un giro sulla Vitoša. Non che mi premesse da una vita, neanche da qualche anno o addirittura pochi mesi: no, mi premeva da una settimana, giusto il tempo di scoprire come si chiamano le montagne intorno a Sofia. Chiaramente non avevo idea di come fossero i sentieri, di cosa si potesse vedere né di come si arrivasse da quelle parti, e chiaramente essendo arrivato di sabato l'ufficio turistico era chiuso e lo sarebbe stato fino al lunedì mattina. Troppo tardi, io volevo andare sulla Vitoša il prima possibile. Quindi dopo una prima giornata girando qua e là, finalmente il secondo giorno è stato il momento di salire in montagna. Per andare dove? La risposta l'ho trovata grazie a Google: mi avevano detto del monastero blablabla e delle cascate blablabla, ma già che non sapevo dove prendere il bus 63, ho deciso che era più facile prendere il tram 5. Solo non sapevo quanto distante fosse quella meta improvvisata, né il dislivello da affrontare, né le condizioni del sentiero. Beh, il sentiero era facile e largo, tra andata e ritorno stimo una dozzina di kilometri, quindi prima che facesse buio ero di ritorno. Mi fa bene stare nei boschi. Forse perché i boschi sono un posto in cui è più giusto che altrove stare da soli. E poi ho potuto abbracciare di nuovo delle betulle, che non mi fa male. Per la cronaca, alla fine mi sono ritrovato a Zlatnite Mostove, da cui passò pure Morgan Freeman, per dire. La passeggiata nel bosco è stata la cosa più bella che ho fatto da quelle parti. Anche perché nel sacchettino di frutta secca che avevo meco c'era pure l'ananas disidratato e addirittura dei pezzetti di cocco. Il giorno successivo invece ho provato una di quelle sensazioni che d'impatto sembrano destinate a cambiare la vita. Me ne stavo a guardare una serie di passeriformi imbalsamati, pensando al fatto che probabilmente si trovavano lì da circa ottant'anni, quando d'improvviso qualcosa è cambiato totalmente. Si è spenta una luce, si è chiusa una porta, è morta una cosa che non so come definire. Qualcosa che assomigliava a una capacità di sapersi illudere sempre, ovunque, comunque. Al dolore quasi fisico ne é seguita una calma simile a quella che si può avvertire nel momento in cui sopraggiunge la rassegnazione. Ho l'impressione di essere diventato un po' peggiore quel giorno. Alle 4.22 del mattino successivo, l'ultimo grido, disperato, addolorato, acutissimo, ha squarciato il silenzio della camerata da sei. Ma ha svegliato solo me, il nippone che farà il giro d'Europa in bicicletta e la taiwanese che ha deciso di lavorare per un po' nei balcani non si sono accorti di nulla.

mercoledì 16 settembre 2015

Stand by me

-Metà maggio, Malpensa, grandine. Voli annullati, voli rimandati, voli dirottati temporaneamente su Nizza, attese lunghe, parole crociate non fatte, cioccolata fondente che inganna l'attesa. Bus notturno, amici che passano accanto senza essere visti, mattino, arrivo. Inizio di una nuova estate.
-Casa temporanea trasformata in residenza estiva semipermanente, di settimana in settimana, di mese in mese, di stagione in stagione se fosse stato possibile. 
-La neve non voleva andarsene, incollata alle vette per settimane. Le piccole cascate ammorbidivano la terra, il fango induriva le scarpe, la neve bruciava la pelle.
-La trasferta durava un giorno di più, da solo in un paese che di notte è popolato dal nessuno. Tour improvvisi in terre sconosciute, con navi cinque stelle. Si raccontavano storie sconosciute al narratore, si vedevano orsi polari di un tempo che fu e che per loro non sarebbe forse mai più tornato.
-Le prime zecche della stagione, le rane, le storie di mele che non possono essere più coltivate, il vento, gli uccelli, le pecore. 
-Il primo tour in francese, gli appunti scritti in fretta, parole che scorrevano più nella mente che tra le labbra, turisti soddisfatti non si sa come, non si sa perché. Il primo tour in francese e in italiano, turisti italiani stupiti della mia nazionalità.
-Hallon giocava coi topi e se li mangiava con avidità, non una goccia di sangue, non un osso avanzato. Durga è rimasta solo pochi giorni, colei che difficilmente si poteva avvicinare si è allontanata e non è più tornata proprio mentre ero andato a prenderle i croccantini. Skelly che aveva fame. Come me. Skelly che aveva paura ad attraversare il ponte. Come me.
-Un ragno esplodeva sullo stipite della finestra, un altro moriva perché aveva deciso di dormire nel posto sbagliato, il terzo in quattro anni in una manica dell'accappatoio. Altri soffocavano nel giallo brillante del detersivo. I più fortunati venivano portati in salvo in un giorno di sole e di pulizie.
-Un passo, due passi, tre passi, quattro passi, cinque passi, millecentotrentatre passi da casa al reparto banane del supermercato. 
-Le partite a carte e in ogni mazzo c'erano tre jolly, qualcosa di troppo. 
-C'era un punto isolato e lontano dal mondo, raggiunto di corsa senza pensare a nulla, raggiunto pianissimo raccogliendo fiori, bagnandosi di sudore o a volte anche di pioggia, ma il sole poi arrivava sempre.
-Ho fatto un bagno nel fiordo, nelle sue acque scure in quiete. Un passo dopo l'altro verso l'abisso. Immergendomi lentamente, a occhi aperti e con la pelle pronta per vedere il buio ed ascoltare il freddo. Per un attimo la voglia era di farsi inghiottire dall'acqua dolce e incatenare dalle alghe, al riparo da tutto.
-La montagna è stata amica e insegnante, soprattutto per metafore. Non importa quanto sia evidente il sentiero, ci vuole poco per perderlo. Se vuoi raggiungere la cima, impara a camminare anche da solo, perché non sempre ci sarà qualcuno che troverà abbastanza tempo o voglia per accompagnarti. 
-Come ai tempi in cui ci si scambiava le figurine (cosa in cui sono sempre stato pessimo), ci si scambiava fantasmi con demoni. 
-Inizio settembre, ultimi giorni di lavoro e primi saluti, gente che se ne va, appartamenti che si svuotano, luci che si spengono, porte che si chiudono, mani che si aprono, pullman che partono, messaggi che arrivano. 
-Ho visto la prima aurora boreale. Nasi all'insù per vedere una luce fioca fare movimenti rapidi, disegnare forme diverse, fermarsi e ripartire. Naso all'insù orientato verso un mondo parallelo inesistente.
-Prima metà di settembre, Geiranger, sole. Ore di viaggio, riposo, ore di viaggio, riposo. Gotemburgo, Trelleburgo, Amburgo, Bamberga, San Bonifacio. Montagne, mare, multe, pirati a St Pauli, birra, birre, treni in ritardo, coincidenze perse, cioccolata fondente che inganna l'attesa. Treno pomeridiano, lacrime di qualcuno che chissà da dove arriva, sorrisi di sua figlia, commenti razzisti vomitati da gente che dovrebbe stare sotto i treni invece che sopra, arrivo. Fine di una vecchia estate.

Ma cosa si prova quando non si ha niente, nemmeno dei ricordi cui aggrapparsi, quando è notte fonda?

martedì 31 dicembre 2013

Vol. VII

Tutto può succedere in un attimo, ma pare che si sia arrivati indenni pure alla fine del 2013. Che significa essenzialmente che è giunto il momento di fare il cd dell'anno. Volume sette, per l'appunto. L'anno scorso si chiuse con la miseria di un solo concerto visto (e poteva andare anche peggio... concerto di Lo Stato Sociale allo ZAM il 30 dicembre, giusto dopo Trento-Macerata. Ci sono delle giornate che finiscono veramente bene), quest'anno è andato un po' meglio, del resto a Berlino ci sono vagonate di concerti interessanti quindi mi sembrava il minimo vedere Sólstafir, Long Distance Calling (che tra l'altro suonavano la stessa sera in cui c'era pure un concertino dei Cannibal Corpse) e Leech. Poi già che Amanda Palmer ha fatto la fatica di venire a Milano, io ho fatto lo sbatti di andare a sentirla. In un postaccio che si trova in un quartiere tristissimo ma meglio di niente.
Come sempre, scartate le canzoni lunghe più di 10 minuti altrimenti mi esce un cd con 5 tracce.


  1. Enzo Jannacci - Vivere
  2. Carontte - Forthcoming
  3. ManzOni - Scappi
  4. Aereogramme - Descending
  5. Iosonouncane - Torino pausa pranzo
  6. Edipo - I baristi stagionali
  7. Doomina - Beauty
  8. Pornophonique - Sad robot
  9. Verme - Va tutto malone
  10. Diary of Dreams - Traumtänzer
  11. Long Distance Calling - 359
  12. Amanda Palmer - Do it with a rockstar
  13. Leech - Turbolina
  14. New Order - Leave me alone
  15. Canned Heat - Going up the country
Durata: 79 minuti e 04 secondi

giovedì 21 marzo 2013

Di qua e di là del muro

Se quest'anno avessi avuto voglia di fare lo sbattimento di fare una lista di buoni propositi, magari ci avrei infilato che mi sarebbe piaciuto vedere pià concerti rispetto all'anno scorso. Non era una missione difficile, dato che nel 2012 sono rimasto a secco fino al 29 dicembre (mi ha salvato Lo Stato Sociale. Intesa come band eh). L'altra cosa che potevo mettere in lista era quella di non farmi piantare il giorno del mio compleanno, ma siccome la lista non l'ho fatta, non è un obiettivo valido.
Comunque, tornando ai concerti, siamo solo a marzo e ne ho già visti ben due! Per un totale di ben cinque gruppi cinque! Del resto, qui a Berlino fanno sempre un sacco di cose interessanti. 
Ecco, insomma, 'sta cosa dei buoni propositi e dei concerti era giusto una scusa per dire che sto a Berlino. Da due mesi, praticamente. Anzi, tra poco è pure ora che me ne torni a casa. Ma per il momento sono qui... abito vicino a Bernauerstraße, famosa per il muro (no, non la East Side Gallery, un altro pezzo). E tutti i giorni quando vado a prendere la metropolitana penso che mica tanti anni fa quello era il capolinea e dall'altra parte stavano chiusi dentro ed era zona francese. Una volta che stavo guardando il monumento coi morti del muro, m'è venuto 'sto pensiero che insomma, in tutte le guerre c'è anche chi muore per ultimo. Che non sai se, rispetto all'ordinaria morte a guerra in corso, è una bella cosa, perché quasi già assapori il cambiamento, o una cosa che tipo ti sembra veramente una presa in giro. Tra un'ora c'è la pace ma tu no. 
Poi avevo anche una cosa su cui ho riflettuto veramente tanto, tipo che molta gente non si ricorda della prima banana mangiata, la vicenda era interessante, con sviluppi che andavano ad abbracciare anche persone insospettabili, tipo Ramona che ancora adesso non mi viene in mente perché ci conosciamo, ma forse ne scriverò un'altra volta.

venerdì 4 gennaio 2013

Vol. VI

Anche a 'sto giro ho preparato il cd dell'anno che se n'è appena andato. Il sesto. Uno dei problemi di tanti brani che hanno influenzato molto il mio 2012 è stato  quello della lunghezza. Quindi per evitare di avere una compilation con quattro brani, ho deciso di lasciare fuori pezzi più lunghi di 10 minuti (tipo Taijin Kyofusho degli Evpatoria Report, Illuminate my heart, my darling! degli Yndi Halda o Nastiez degli Obscure Sphinx). Poi naturalmente ho dovuto fare delle scelte che non mi convincono moltissimo, ma tant'è. Il risultato è questo.
  1. Iosonouncane - Summer on a spiaggia affollata
  2. Il Teatro degli Orrori  - Direzioni diverse
  3. Jezabels - Endless summer
  4. Der Blaue Reiter - Prison of desire
  5. I Fichissimi - La tipa della casa occupata
  6. Nobraino - Il mangiabandiere
  7. Lo Stato Sociale - Mi sono rotto il cazzo
  8. Tunturia - These are the words
  9. Circadian Eyes - Reaching hands
  10. Ustmamò - Piano con l'affetto
  11. Camille Saint-Saëns - Aquarium
  12. Logh - The bastards have landed
  13. Rosetta - Ayil
  14. Muhr - We have mountains to climb
  15. Aereogramme - A meaningful existence
  16. Tides from Nebula - Higgs boson
  17. Sóley - Kill the clown
  18. Porno for Pyros - Pets
  19. ...a Toys Orchestra - Celentano
  Durata: 79 minuti e 48 secondi...

domenica 4 novembre 2012

Pacco posta visita partenza

L'altro giorno sono andato in stazione. Ho sbirciato nella sala d'aspetto che stanno rifacendo: niente sedie in legno,  han cambiato tutto e sembrerà la sala d'aspetto di tante altre stazioni. Ma soprattutto fuori hanno messo delle panchine nuove. In metallo, con le stanghe cilindriche piccine che così se piove si asciugano più velocemente. Sono uguali a quelle che ci sono in tante altre stazioni. Prima invece avevamo quelle coi sassolini. Quelle coi sassolini rimanevano bagnate anche tutto il giorno dopo il temporale, anche col sole, le goccioline rimanevano impigliate in qualche angolino e non se ne andavano via così facilmente. E poi dopo circa cinque minuti che ci si stava seduti, si poteva riconoscere ogni singolo sassolino sotto il proprio culo. Anzi, quasi dentro...  si trattava di sassolini abbastanza invadenti e per aumentare la scomodità alcuni erano anche discretamente appuntiti. Per me in stazione ci sono sempre state le panchine coi sassolini, non me ne ricordo altre, da quando da bambino mio nonno mi portava a vedere i treni merci e si contavano i vagoni a quando la sera andavo a veder passare l'ultimo Milano-Piacenza, pensando a come mai le persone stavano andando a Piacenza a quell'ora. Quando andavo con mio nonno c'era anche la fontana con i pesci nell'acqua, poi è rimasta la fontana con l'acqua stagnante senza pesci, ora c'è la fontana e nemmeno l'acqua stagnante, così la gente non la guarda più. Se ci fossero ancora i pesci, andrei in stazione più spesso forse. Tanto tempo dopo la sparizione dei pesci, è sparito anche il Milano-Piacenza: qualche anno fa han deciso di farlo passare da un'altra parte e qui ci hanno messo il Saronno-Lodi, l'ultimo adesso arriva più tardi e così quando mi capita vado a veder passare il penultimo perché non ho voglia di uscire dopo mezzanotte solo per pensare come mai le persone stanno andando a Lodi a quell'ora, anche perché è tutta un'altra cosa: Lodi non è una meta tanto esotica quanto Piacenza.