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lunedì 5 gennaio 2026

Vol XIX

Ti aspetterò nell'ultimo giorno d'estate

  1. La Rappresentante di Lista - Mina vagante
  2. M83 - Wait
  3. Caspian - Separation No. 2
  4. Imbaru - El olvido
  5. I am Waiting for You Last Summer - Today we escape
  6. Wet Leg - Ur mum
  7. Peter Schilling - Major Tom
  8. La Raza de los Cabizbajos - El sueño multicolor del robot de juguete
  9. Second Still - You two so alike
  10. Beach Boys - Surfin' safari
  11. Long Distance Calling - Blades
  12. Amanda Lear - Follow me
  13. Chris Isaak - Wicked games
  14. Kwoon - Jayne
  15. Rival Consoles - Recovery
  16. The Abyss Inside Us - There will always be hope
  17. Fémina - Mi eje
  18. Nytt Land - Sólarljóð
Durata: 79 minuti e 6 secondi...

mercoledì 1 gennaio 2025

Vol XVIII

Porque al final solo es carne

  1. Gata Cattana - La prueba
  2. Die Roten Punkte - I wanna go to Tokyo
  3. Bis - I'm a slut
  4. I Vazzanikki - Parabola ascendente
  5. Iolanda - Grito
  6. Lynched - Carlo Giuliani
  7. Residente ft. Amal Murkus - Bajos los escombros
  8. Ghali - Casa mia
  9. Otyken - My wing
  10. Long Distance Calling - Giants leaving
  11. Human Tetris - No One
  12. Slowdive - Avalyn
  13. Tea - Satellite
  14. Mazzy Star - Fade into you
  15. Lost in Algorithms - Post-truths
  16. Baïuca - Alentejo
  17. Feiká ft. Rökurró - Svanur
  18. Daniela Pes - Carme
  19. Sophie Hunger - Le vent nous portera
Durata: 78 minuti e 27 secondi...

martedì 3 gennaio 2023

Vol XVI

I know it's over
And it never really began
But in my heart it was so real


  1. Heilung - Asja
  2. The Smiths - I know it's over
  3. Las Taradas - La preferida
  4. heklAa - Yamuna
  5. Ólafur Arnalds - Happiness does not wait
  6. Hurry, Eskimo - Sent forever
  7. Amalunga - Nothing
  8. No Clear Mind - Saint John
  9. Meanwhile, Back in Communist Russia - Blindspot/Invisible bend
  10. Rainbow Kitten Surprise - It's called: freefall
  11. Baiuca - Morriña
  12. Tongo - Machirulo escóndete
  13. Sara Hebe - Tuve que quemar
  14. Kumbia Queers - La despedida
  15. Bomba Estéreo - Flower power
  16. La Rappresentante di Lista - Questo corpo
  17. Brutus - All along
  18. Dengue Dengue Dengue! - Pua
  19. Hardcore Tamburo - Gute nacht
Durata: 79 minuti e 42 secondi...

martedì 4 gennaio 2022

Vol XV

Esconder cento e noventa e nove vezes a desilusão, depois amar

  1. Indignu - Duzentas promessas para um mundo melhor
  2. Ehma - L'arrivée
  3. Heilung - Svanrand
  4. Le Wanski - Tarte à la myrtille
  5. Kid Francescoli - Moon
  6. Kinks - Phenomenal cat
  7. Sleepmakeswaves - One day you will teach me to let go of my fears
  8. Men at Work - Who could it be now
  9. I Vazzanikki - La droga no
  10. Fuimadane - Vita fram
  11. YĪN YĪN - The sacred valley of Cusco
  12. Arctic Rise - A hero's journey
  13. Osi and the Jupiter - Fjörgyn
  14. Ghinzu - The dragster-wave
  15. Non Somnia - The end of the world
  16. Sky Architects - Ignite
  17. La P'tite Fumée & Les Ramoneurs de Menhirs - Thunderbreizh
Durata: 78 minuti e 27 secondi...

venerdì 29 dicembre 2017

Dieciscatti nello stagno

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un edificio in legno, a pochi metri da quel che chiamano comunque mare. Non so se ci sia il sole o se stia piovendo, c'è sicuramente un vento che mi avvolge, forte e delicato. Penso possa esserci il sole.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-L'attraversamento pedonale più celebre stampato nella mia memoria. Non è Londra, non ci sono i Beatles.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-All'improvviso, è come se si ritovassero allineati tutti gli astri, tutti i pianeti. Un momento di perfezione. Il legno, il fuoco. Le rane.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il sole, la montagna, maestosa, sul fondo. Ma è un deserto che brucia. Intanto le zebre parlano, i Ramones cantano, premonitori, che le cose non durano per sempre. E in qualche modo, baby, non lo fanno proprio mai.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Nel ritmo incessante delle stagioni, non cambia nulla: è di nuovo un autunno a seguire ll'estate, le fragole si declinano al maschile in un nuovo abc. Un gradino qualsiasi diventa uno spazio meraviglioso.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Accanto alla metro c'è un parco. Ci sono diversi cani, si intravedono tra le altalene, gli scivoli, le panchine prive di listelli e cariche di scritte. La nebbia sfuma i colori già bui. Cala l'umidità, ma tra le mani si sente un calore di grandezze diverse, un caldo che dà i brividi ed è difficile, se non impossibile, da spiegare.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una piccola lastra trasparente sormontata da un tubetto metallico giallo ci divide. All'epoca non pensavo sarebbe stato per sempre. Rimane solo il profumo di lampone intriso su un piccolo pezzo di gomma elastica, fin quando non svanìsce pure quello.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una danza nella neve, che di quest'ultima conserva solamente il freddo. Poi si trasforma solo in una danza nella nebbia, con una sola luce distante e imprigionata in una fessura. La mattina i gabbiani volano come falchi, io mi limito a camminare veloce, ma non leggero.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una sera piovosa, molto piovosa, esco quasi all'improvviso. Due birre, diverse risate, una ghianda. Tutto ciò non è nei piani. Anche dopo le due birre, le diverse risate e la ghianda, continua a piovere tanto, moltissimo. Sarebbe uguale anche se fosse in un film. Gocce che corrono così veloci da sembrare piccole frustate tra gli occhi. Pare quasi spontanea, naturale l'offerta di un riparo, di un posto per scaldarsi. L'ultimo treno sembrava solo in transito, invece sta rallentando. Si ferma. Si aprono le porte. Non salgo.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un'epoca molto più recente, una strada conosciuta, fatta innumerevoli volte. Mi fermo, al margine del marciapiede. Da lì sono passate migliaia di persone. Probabilmente continueranno a passarcene altrettante. Un tempo era successo che tutto si trovasse lì. Era passato anche un momento in cui si avevano migliaia di futuri a disposizione. Invece ora c'è un momento in cui, tutt'intorno, non resta che aria. Non si vede nessuno all'orizzonte. Tutto vuoto: la larghezza, l'altezza, la profondità, il tempo.

venerdì 30 dicembre 2016

Dieciscatti 2016 la carica dei 300

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Ho visto le porte scorrere lentamente per chiudersi giusto davanti a me, come nei film si chiudono davanti alla faccia del protagonista, mentre parte una musica leggermente triste in sottofondo. In una commedia, al posto della musica triste, il protagonista con un colpo di scena all'ultimo secondo sarebbe saltato tra quelle porte e tutto sarebbe finito bene. Invece fuori dalla commedia tutto sarebbe finito e basta. In quel momento ci sono altre persone intorno, non tantissime ma neppure poche, eppure è come se mi avessero messo in una cella di massima sicurezza, isolato. Per un attimo c'è uno sguardo a cui ancora do importanza, cerco di leggerci parole che probabilmente non ha mai voluto esprimere, una mia libera interpretazione.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un gesto di stizza, un insulto malcelato, una reazione strabordante. D'un tratto la mano è sul collo e stringe la presa, avvolgente. Posso sentire la lenta ricrescita di una barba che si intuisce poter essere folta, a cui segue una zona di pelle morbida. Sotto, la cartilagine lievemente appuntita del pomo d'adamo si muove al ritmo delle deglutizioni, mentre di lato si può sentire il leggero pulsare della carotide e il calore del sangue. Un uomo così grande sembra avere gli occhi improvvisamente piccoli, pure se ora sono spalancati. La bocca leggermente aperta gli conferisce un'espressione incredula e spaventata. Stavolta non è una libera interpretazione, quello sguarda significa proprio paura. Ogni tanto sento ancora sulle dita il piacere sadico di quella presa e anche se il mio sguardo non lo ammette, capita anche a me di aver paura.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una carta magica che mi ha permesso più volte di galleggiare, i gemelli che si inseguono e litigano per decidere se stare all'ombra o al sole. 

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Ho visto un'amica, con il gusto di rivedersi dopo tanto tempo e ritrovarsi al primo abbraccio con la stessa sintonia di dieci anni prima. L'ho sentita scorrere e crescere nei suoi racconti, divenuta così diversa da quella ragazza che avevo conosciuto all'epoca, ma così uguale nelle nostre battute e nella capacità di capirsi al volo.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un casolare esteticamente rivedibile, un parallelepipedo bianco nel mezzo dei campi e dei vigneti, con molti lavori in corso, un salone adibito ad area tiro con l'arco giapponese, una roulotte semiribaltata all'inizio del viale, in curva, per rendere difficile il passaggio delle macchine. Nello stanzone che fa da soggiorno e da cucina uno o più topi attendono le tenebre per sgranocchiare lo sgranocchiabile. Sul soffitto molti folcidi e senza che me ne renda conto per la prima volta dormo senza terrore di avere degli aracnidi a poca distanza da me.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-La neve, un unico giorno di neve in quel paese dove passo le mie estati. Un unico giorno in cui tutto è coperto di bianco, come ci si aspetterebbe che sia lassù al nord. Quel giorno ho avuto la fortuna di poter fare un giro in tranquillità, con quel rumore di ossa sbriciolate sotto i piedi, godendo del vento freddo e dei cristalli che sferzavano la pelle. Un unico giorno in cui all'indifferenza scontata e triste degli adulti ho preferito la gioia dei bambini.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il fuoco ha bruciato tutto il bruciabile, sono passati mesi da quando è accaduto, ma l'odore è ancora forte e ben presente. Mi piace quel tipo di odore di legno bruciato che mi ricorda di tempi in montagna, della pizzetta del mercoledì tornando dal mercato, una delle poche interruzioni della routine, oppure la stufa di una casa austera di pietre chiare, così in contrasto con il buio interno. Ma lassù è rimasto solo il nero degli arbusti bruciati, una chiazza molto ampia che si vede anche dal minuscolo gruppo di case in cui mi trovo a passare qualche settimana. Non passerà inosservata per lungo tempo.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il regno di ghiaccio. Il collo del gatto. Ha un nome morbido ma una salita dura. Una camminata che porta direttamente sul ghiacciaio, il vento soffia tra le spianate azzurre. Visto da lassù sembra enorme, rende risibile ciò che l'occhio del turista vede (e apprezza) normalmente.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il sottosuolo mi affascina. Non solo nella sua accezione di dimora per cadaveri, ma anche per quella sua capacità di aprirsi improvvisamente in regge eleganti, saloni maestosi retti da pilastri in eterna costruzione, goccia dopo goccia, millennio dopo millennio. Una delle meraviglie della natura: mentre noi corriamo con le nostre vite piene di affanni e vuote di paziemza, ci preoccupiamo del tempo che passa inesorabile, lasciando poi spazio ai nostri figli, ai nostri nipoti, poi ancora ai nipoti dei nipoti e alle loro preoccupazioni, una goccia si affaccia lentamente e timida si chiede "che faccio, mi butto?", senza che la goccia alle sue spalle le dica mai di sbrigarsi.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Frammenti di vita che restano legati a persone di passaggio, attimi di bellezza che ci scambiamo con gente che non abbiamo mai visto prima e che probabilmente non rivedremo più. Dalla bruttura della massa si ergono all'improvviso figure che destano interesse. Negli aeroporti, in una stazione, in una camera sovraffollata di un ostello. Come Simon, pazzo hooligan olandese, Aielet che vuol costringermi a fumare, una giovane tedesca di cui non ho saputo neppure il nome con cui si parla di viaggi per tutta la sera, Olivia che è da un anno e oltre che va in giro per l'Europa e nel suo campionario di esseri sottoposti ai suoi studi psicologici per qualche ora mette pure me. O come una ragazza con un nome luminoso e un sorriso ancora umido che mi dorme accanto stanca ma tranquilla e rassicurata solo dalla presenza di uno sconosciuto.

martedì 8 novembre 2016

The starman

In un'epoca in cui definirmi bambino era più che accurato anche -e forse soprattutto- da un punto di vista prettamente anagrafico, capitò che ci fu una sera in cui arrivò un signore a passare del tempo in ciarle nella casa in cui stavo e in cui di tanto in tanto mi capita di stare pure nell'attualità. Quel signore parlava parlava parlava, snocciolava parole su parole inerenti ad argomenti che non ricordo io e probabilmente non ricordano neppure gli altri presenti. A un certo punto però mi parlò delle stelle, evidenziando come esse non fossero tutte uguali tra loro e come fossero diverse da quanto io bambino anagrafico -e non solo- mi aspettassi. Nane rosse. Nane bianche, quelle degeneri delle nane bianche! Nane nere, eventualmente, non certe, ipotetiche. Le stelle del resto rimangono là, lontane lontane lontane, possiamo anche pensare che dove c'è il buio ce ne fosse ipoteticamente una. O ce ne sia una spenta. Nera. Che sul nero visibile da qui, non risalta più di tanto. Quel signore disse tante cose sulle stelle. E anche sui pianeti, tipo che se uno non ci fa attenzione e vede un puntino luminoso in cielo pensa che è una stella e invece poi se si fosse informato per benino avrebbe saputo che sta guardando un pianeta. Poi volendo uno si può anche informare proprio bene e sapere addirittura quale pianeta sta visionando nella notte buia e profonda ricca di mostri trasparenti trapuntati piuminati stellati e solitari (perché la loro caratteristica principale è comunque la trasparenza e tra di loro non si vedono e allora sono convinti che nell'immensità forse infinita dell'universo sono soli, invece si sbagliano, perché noi, o almeno quelli di noi che passano più tempo del dovuto a guardare il cielo, li vediamo e possiamo capire che sono svariati). Dopo aver accumulato un po' di nozioni sulle stelle, apparivo interessato all'argomento. Qualcuno pensa che sia brutto non accontentarsi della bellezza e voler vedere cosa ci sia dietro. Ma poi qualcun altro, con cui sono abbastanza d'accordo, disse che un bel tramonto, anche quando pensiamo che sia il frutto di una grossa fusione nucleare, resta comunque un bel tramonto. 
Capitò in seguito che quel signore mi regalasse il suo telescopio, una cosa che a me bambino sembrava enorme e forse lo era veramente. Aveva un filtro verde scuro per guardare la luna. Un altro filtro scurissimo serviva per guardare il sole. Le luci della città non erano l'ideale per scrutare il cielo. Lui per motivi suoi non aveva più da usare il telescopio, non gli serviva più. Credo di aver deluso molto le sue aspettative, anche se lui non l'ha mai saputo io il suo telescopio l'ho lasciato inutilizzato sul balcone e dopo poco tempo ho assistito al suo smembramento. Ci possono stare tante cose su un balcone: i vasi, gli innaffiatoi, dei cestoni, i fagiolini da tagliare, le biglie, le partite di pallone e il torneo di calcetto in solitudine, la gatta, i panni stesi, la valigia che prende aria, le scarpe bagnate, l'ombrello ad asciugare, io che leggo i fumetti. Il telescopio no, e ora da tanti tanti tanti anni non c'è più. Non saprei dire dove sono finiti i suoi pezzi e probabilmente avendo l'occasione non saprei neppure rimontarlo. Ma tanto le luci della città non sono l'ideale per scrutare il cielo. Adesso è ancor peggio rispetto a quell'epoca in cui ero bambino e il signore mi parlò delle stelle. 
Anni dopo, in un'epoca in cui forse per definirmi anagraficamente sarebbe azzeccato utilizzare il termine inglese teenager, mi capitò di passare dalla casa del signore delle stelle. Ogni volta che mi capita di passare sulla via in cui stava casa sua, penso a lui. E penso al suo gatto. I gatti e i cani sono anch'essi cristalli. Per me un gatto o un cane che ero abituato a vedere nel 1988, non ha ragione di essere morto. Potrebbe essere che sia ancora lì in quel cortile dove stava nel 1988. Casa sua puzzava di piscio di gatto all'ingresso, perché lì c'era la lettiera. Poi in sala c'era un odore abbastanza pungente di fumo. Fumava molto il signore delle stelle. Eravamo a casa sua per portargli un piccolo regalo. In quell'occasione, scoprii l'esistenza di Charles Bukowski e della follia come concetto ordinario. 
Passarono molti anni. In alcuni di essi mi capitò di parlare col signore delle stelle per telefono, normalmente inventando scuse per dire che mia mamma non era reperibile anche se in realtà lo era. Non per scelta mia per fargli sgarbo, erano ordini dettati dall'alto. Mi succedeva anche di incrociare il signore delle stelle per strada e di salutarlo, senza molte altre parole. Anzi, col tempo le parole divennero sempre meno. E anche gli incroci, perché spesso quando vedo una persona che conosco la evito. Anzi ogni tanto esco con la voglia di incontrare qualcuno che conosco giusto per cambiare strada e poi riuscire a non farmi vedere. 
L'ultima volta che parlai con l'uomo delle stelle, fu perché mi chiese se avessi un euro. Non perché mi conoscesse e gli servisse quell'euro in modo impellente per fare qualcosa di importante, ma perché era divenuta sua abitudine chiedere soldi ai passanti. Per comprarsi le brioche, il bicchiere di vino bianco all'osteria della stazione o le sigarette. 
La sanità mentale è un'imperfezione e negli anni l'uomo delle stelle aveva fatto un po' di passettini verso la perfezione. Ormai non lo si vedeva più in giro, pare che fosse finito in una sorta di comunità, non mi sono mai informato più di tanto. 
Arrivò anche l'ultima volta in cui lo vidi, magro, molto magro, rasato di barba e di capelli, sguardo vuoto e giacca pesante in un giorno caldo. E così l'ultima volta che lo vidi, pensai come fosse possibile che non avesse caldo. 
Questo post l'avrei voluto scrivere qualche mese fa, in estate, in occasione del suo funerale. Ma poi la mia pigrizia mi ha ostacolato. Ma ho ripensato a lui in queste sere, in questo paesino che non ci riesce molto bene ad assomigliare a una città, in cui le ore di buio sono più di quelle di luce, dove i lampioni ultimamente non si accendono e dunque quando il cielo è terso si vedono benissimo le stelle. 
Ciao Ennio.

lunedì 23 maggio 2016

Bye bye déjà

Aprile fu ventoso, come tanti anni prima. Vicino scorreva un fiume, lontano le città. Di notte le rane gracidavano e brillavano le stelle, di giorno pioggia e sole si potevano alternare senza fornire sostanziali differenze a chi ci viveva sotto. Un giorno vidi un fiume che fino a poche ore prima non esisteva. Scorreva senza particolare impeto in un letto preposto al suo passaggio. Un canale quasi sempre vuoto che d'improvviso si riempiva, per tornare vuoto e secco dopo poco tempo. Molte cose tendono a somigliarsi se non si bada alla forma, ma piuttosto al contenuto. Senza cascate, si potevano trovare conchiglie stupende.
Cominciai di nuovo a riempire buche, scavate dai cinghiali durante l'inverno. Poi tolsi molti sassolini, per rafforzare gli argini. Di nuovo buche. Vuote. Piene. E poi alveari abbandonati, tetti scoperchiati, raccolte interminabili di foglie e rami.
Arrivarono i tedeschi, come tanti anni prima. Poche parole per loro e un disprezzo crescente.
Un gatto nero con una piccolissima macchia bianca sul collo passava veloce sullo sterrato, le lumache al contrario si inseguivano lentamente, senza trovarsi prima che arrivasse il buio. Un ragno di dimensioni notevoli non riusciva a scavalcare i bordi di un'insalatiera.
Nel frattempo contai macchine, ascoltai canti partigiani francesi e pensai a quanto fosse labile il concetto di bellezza: la decadenza di fabbriche in disuso, gli alberi che crescevano tra le finestre, erano fantastici per me, ma non per un uomo che passava nello stesso momento da quelle parti in macchina.
Mi trasferii poco distante, sempre lungo lo stesso fiume, per caricare foglie, tronchi segati ed erba ormai secca su una cariola per viaggi infiniti, e ancora rami spezzati ovunque, rami tranciati, cesoie e forbici. Passai di nuovo molto tempo a tagliare. Dopo moltissimi anni persi di nuovi i sensi, assaporando per un attimo la bella sensazione di non sapere, non vedere, non sentire, non capire, non esserci.
Sulle montagne ritrovai la libertà, perdendomi sempre più rapidamente, pestando i ricci con le mani, camminando sui cespugli, ingrovigliandomi nelle spine, respirando l'odore del legno bruciato sulla cresta della montagna annerita. Andai a visitare anche l'abisso, luogo gradevole come spesso succede. All'uscita il sole splendeva fortissimo.

sabato 23 aprile 2016

E s'apre di spine e cardi la mia pelle

Quando arrivò il tre, me ne andai verso le vigne. Era vero che in quella zona c'erano rapaci. Era vero che c'erano anche alcuni avvoltoi. Vidi subito delle aquile, furono le uniche a Bourdic. Iniziai a interpretare molte attività in maniera simbolica. Tagliammo principalmente rami. Cesoie senza molla per fare più fatica. Alla fine furono circa 1700 le piante amputate, mentre più sicuro era il numero di ragni che vivevano sui soffitti del salone e del bagno: 68. Così tanti e io così indifferente, come se non li avessi mai temuti, come se non fossero mai stati un incubo, il terrore, un salto dall'auto in corsa o il rigurgito di una notte di fine estate. Trovavo più noioso il topo che la mattina presto decideva di rosicchiare cibi in sacchetti rumorosi, che portavano via un po' di tempo al sonno. 
Un giorno dietro di me ci fu un regista famoso e davanti un attore al suo primo lungometraggio. 
Il tiro con l'arco giapponese aveva troppi rituali e la sua lentezza si contrapponeva in modo netto sia alla fuga finale della freccia che alla corsa notturna del cinghiale.
Quando arrivai ad Avignone, continuai a tagliare. Tagliai parti che qualcuno trovava distintive con una facilità che mi fece sorridere. Ero diventato più anonimo all'esterno che all'interno. Il posto che toccava a me era stato occupato da una ragazza argentina nel sangue e nella risata, passammo la serata insieme, bevendo birra comprata da uno sconosciuto a casa di un altro sconosciuto. Quando tornammo ai nostri letti era quasi mattino e prima di addormentarmi le scrissi il mio nome tra le gambe. Pochi giorni dopo, un corvo impagliato mi fissava di nuovo dalla vetrina di un museo.
Passai due settimane a gettare fondamenta per nuove costruzioni, a legare materiali perché potessero stare insieme più tempo e più saldamente. E tagliai di nuovo rami. Di quel periodo ricordo lo yogurt denso e compatto, François il ragno solitario, le monete turche e rumene, un bosco incantato, la musica nella grotta, un fiume adatto alla sparizione, un cane che aspettava l'acqua la mattina e un bambino che forse avrà già sognato tante volte di fare l'astronauta. 
L'anno prima pasqua aveva portato la neve e un lungo viaggio. Stavolta, pioggia e pochi passi. Ero di nuovo ad Avignone, non trovai alcuna ragazza argentina, sulla strada principale una voce microfonata ripeteva nomi tempi e complimenti per la vittoria di categoria. Mi chiesi se per caso quel giorno qualcuno avesse perso, poi non ci pensai più e andai tra i negozi che sapevano di lavanda, passando sotto gli sguardi di almeno due decine di madonne affrante. 
Andai verso i boschi col timore di sbagliare fermata, invece scesi a quella giusta, a poca distanza da aprile.

venerdì 11 marzo 2016

Och tåget rullade en gång till

Dopo l'uno, senza sorprese si presentò il due. Il problema sul quando stare altrove fu mitigato da eventi sportivi in cui si rividero diversi ex compagni di viaggio in quel mondo della pallavolo che ancora fa sentire la sua assenza quando sempre più raramente mi capita di metter piede in una palestra. L'ultima volta, proprio in quel palazzo, dopo un'entrata trionfale accompagnata da insulti di un'intera tifoseria, ci fu l'unico trofeo. Dopo anni, ci fu una stretta di mano e un ringraziamento a chi mi portò la coppa sotto gli occhi. All'uscita pioveva, sia dentro che fuori. 
Una mattina mi ritrovai alla stazione dei bus in quel posto dove circa vent'anni prima avevo visto chissà quanti concerti, attaccato alle casse, con le botte fisse sulle creste del bacino, tra l'odore di birra e di marijuana. Invece ero a tanti anni e qualche centinaio di metri di distanza da tutto ciò, con una valigia rossa e un adesivo polacco in attesa. All'arrivo fu Nizza, troppo italiana, tra topi, l'uomo nero e un carnevale che non mi fece divertire. Un passaggio sulle montagne, un altro di ritorno verso il confine, un monastero lasciato vuoto, il freddo al pensiero di dio, la rabbia al pensiero che un pezzo di carta basti a stabilire chi siamo e dove possiamo andare. Venne il tempo di andare a Marsiglia, di cambiare i programmi e di starci solo due giorni, tra il distruttore di Roma e l'aiutante dei siriani. Poi Montpellier. In stazione un tossico rovinò l'entrata in scena. Un giorno piovve forte, fortissimo. Un solo giorno. I gatti miagolavano alle cinque di mattina. Io ero già sveglio, a volte in contemplazione di una madonna dipinta che il tempo aveva velocemente scrostato, rendendola inesistente. A tratti sembrava ci fosse troppo tempo, un'abbondanza da lasciare vuota, non avevo nulla da aggiungere, il mio stupore era fuori luogo e del resto neppure io appartenevo a quel posto. Persi a briscola e non fu un caso. Ci fu da partire e stavolta ero io che lasciavo. C'è sempre un paio d'occhi che se ne va prima dell'altro. A Nîmes passai quel giorno che tre volte su quattro non esiste, incontrando la solitudine. Era davvero in forma e decise di restare.

giovedì 25 febbraio 2016

Non importa se dimenticherai il mio nome stasera, perché so che lo ricorderai per il resto della tua vita

Tutto cominciò tra le montagne più vicine, mancate alla vista per una decade circa. Le curve fatte decine di volte tanti anni fa apparivano più affascinanti ma immutate. Una grossa pietra si ergeva come sempre al lato della strada, nulla l'aveva distrutta, solo l'oblio l'aveva resa invisibile.
Fino a poco prima non pensavo che avrei ripercorso piccoli sentieri ricoperti di ceneri estive e foglie arrossate o ingiallite, e fu una questione di pochi minuti, perché la luce naturale se ne stava già andando e di luci artificiali nella radura non ce n'erano. Gli occhi delle braci erano diventati neri.
In casa per lo più si parlava, qualcuno bubolava e i cani erano in attento silenzio.
Il sole riscaldava due gemelli e toccava a me scegliere quale interpretare. Partendo da un concetto base forse poco esplorato ultimamente: se non apri gli occhi non vedi neppure quel che hai davanti.
Venne il primo viaggio, destinazione Budapest, terra di atterraggi con poca visibilità, taxisti precisi, bradipi più veloci di quanto pensassi, di fili spinati e di succhi di frutta buoni.
Venne soprattutto un cambio di accento, da Sòfia in Bulgaria a Sofìa in Portogallo. Una notte scomoda in aeroporto, spiegando a un rumeno come usare un telefono con le impostazioni in tedesco, poi l'arrivo a Porto. E trovare un'amica importante dopo quasi dieci anni per vedere l'effetto che fa. L'effetto fu che certe scelte sono anche giuste, e così spesso quando mi capitava di pensare a qualcosa che sarebbe ripartito uguale a prima come se nulla fosse passato in mezzo, io pensavo proprio a Sofia, immaginandoci seduti in un bar a raccontarci tutto quello che era o non era successo durante le nostre reciproche assenze. Anche Sofia era in un cristallo, ma a differenza di altri, splendeva senza rovinare il buio. Ci sarei potuto passare sopra mille volte senza pungermi, lo sapevo dalla sera d'agosto del 2003 in cui la vidi la prima volta, mentre si parlava di strumenti musicali australiani a un tavolo ancora umido per la pioggia caduta il pomeriggio. Ci fu una certa arroganza -piuttosto circoscritta per quanto concerne il numero di casi- nella presentazione. Un'assenza e un passaggio non premeditato ci davano già ragione. Era facile essere sulla stessa linea. Poi sembravano passati eoni, ma ancora una volta erano bastati pochi minuti per capirsi. Gennaio fu un bel mese.

giovedì 31 dicembre 2015

Vol. IX

Ci sono veramente poche cose in cui riesco ad essere almeno vagamente costante. il ciddì-riassunto dell'anno è una di quelle. Quindi anche per il 2015 non viene a mancare la mia hit di canzoni più o meno belle che hanno lasciato un segnetto, un graffio, un solco o una voragine nel mio cuoricino, vuoi perché si sono legate indissolubilmente a qualche evento specifico o semplicemente perché le ho ascoltate pignantamila volte. Come ogni anno rimane fuori qualcosa di meritevole, ma nonostante il tempo voli e vada (anche se non ce ne accorgiamo e anche se più ancora del tempo che non ha età siamo noi che ce ne andiamo), 80 minuti restano sempre 80 minuti. 
  1. Los Jaivas - Mira niñita
  2. Placebo - My sweet prince
  3. ...A Toys Orchestra - Late September
  4. Afterhours - Pelle
  5. Amesoeurs - La reine trayeuse
  6. Dva - Labalibe
  7. Agalloch - Kneel to the cross
  8. Maurizio Pollini - Notturno op. 9 n. 1 (Chopin)
  9. Parto Delle Nuvole Pesanti - Sule
  10. Louise Attaque - La valse
  11. Léo Ferré - Avec le temps
  12. Bis - Eurodisco
  13. Fabrizio De André ft Capossela - Valzer per un amore
  14. Twiggy Frostbite - I'm still here
  15. Radiohead - No surprises
  16. Altar Of Plagues - Twelve was the ruin
  17. Jason Tai - Vale of tears
Durata: 79 minuti e 20 secondi...

martedì 29 dicembre 2015

Dieciscatti 2015 light blue edition

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una gatta che miagola dietro una porta chiusa, sta nevicando forte ed è mattino presto. Molto presto, tipo le 6,15. Apro la porta. La gatta mi guarda e mi attende, sprofondata nella neve. Io sono in pigiama e infradito. Lascio le infradito, faccio un passo in avanti, la neve mi arriva fino a oltre le caviglie, ce ne saranno venti centimetri. La gatta non mi attende più.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-C'è un gatto. Ma è un altro gatto, lontanissimo da quello di prima. Sta sdraiato in fondo al giardino. Lo guardo. Mi guarda. Sono lì fermo ad aspettare e allora arriva. Mi fa felice la sua voglia di vedermi. Mi fa triste il suo bisogno di vedermi. Andiamo insieme ad accarezzare le betulle, che non si esprimono quasi mai sulle loro necessità affettive.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Tra le luci di una città mai vista prima, saliamo verso il cielo. Io e una persona mai vista prima. Saliamo solo di pochi metri e a scatti. A tratti ci guarda, minaccioso ma immobile nella sua posa forse troppo stereotipata, un tirannosauro. Poco oltre l'acqua scorre, con una veemenza limitata dal ghiaccio. Qualche settimana dopo, mi capiterà di pensare che siano le sette di sera quando invece sono quasi le dieci.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Guardo verso l'esterno, ci sono solo due piccole linee di luce. Non danno fastidio, anzi sono quasi da considerarsi un lusso. Non c'è spazio per le ombre, ma non occorre vedere tutto il tempo quel che si sa già che c'è. Non fa freddo quando ci si sveglia. Ma è presto, troppo presto. Fa male aspettare che arrivi un'ora prestabilita. Sono notti da Chopin.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Io l'aurora boreale non l'avevo mai vista prima di quel giorno. Me la immaginavo diversa. Ma è solo settembre e siamo a sud, è già tanto che si veda. Una luce bianca che non danza, ma a modo suo pare armoniosa. Non ha la pesantezza di chi non sa ballare. Leggera pulsa e se ne va, poi torna, si fa più intensa, si allontana. Torna. E non c'è più.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Uno scoglio quasi sulla spiaggia. Con la bassa marea forse l'acqua non lo coinvolge. Ma in quel momento lui sta lì in mezzo e le onde si spezzano. Alcune sono tenaci e gli girano intorno, si incontrano di nuovo per poi ritornare da dove sono venute. Altre sono deboli. Due gocce che fino a un attimo prima erano legate d'un tratto si infrangono sulla pietra e non hanno una spinta sufficiente per rivedersi alle sue spalle. Perse forse per sempre.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il sentiero è coperto di foglie, del resto l'autunno avanza e non ci sarebbe da stupirsi se dovesse iniziare a piovere violentemente. Non importa, bagnarsi è una delle opzioni contemplate. Sono in competizione con chiunque sia davanti a me. L'ultima volta che ero salito in montagna era stato oltre due mesi prima, era ancora estate però a tratti aveva piovuto. Era stata una salita violenta. come questa. La meta non la conosco. Non so il dislivello. Non so quanta strada ci sia da fare. Basta fare un passo dopo l'altro per vedere dove si arriva. Se si fa tardi, si può tornare indietro senza essere arrivati. Può essere una di quelle occasioni in cui l'importante non è la meta, ma l'essenza del viaggio stesso. In alcune zone il vento è tanto forte da spezzare i rami, alcuni cadono non lontano da me. Sul sentiero ci sono anche alcuni tronchi, forse caduti di recente.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-C'è un posto sotto cui non non ho identificato esattamente cosa potesse scorrere, circondato da cadute fatali. Da lì normalmente non si vede nessuno, ma si vedono molte cose. Erba, acqua, fili, silenzio, parole, corde, fiori, lamponi. Quasi sempre il sole. Mai altre stelle.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Nelle vetrine ci sono animali esposti da quasi un secolo. Faccio fatica a capire se la luce si accende o si spegne, se la porta si apre o si chiude. Ma è il contrario di quel che è stato fino a quel momento. Un muro tra due mondi c'è sempre stato, ma in qualche modo il fluire di uno nell'altro era possibile. Ora è arrivato il periodo dell'aridità e tutto, ma proprio tutto, si fa deserto. Nei rari spazi in cui resiste poca acqua, ci sono sabbie mobili. Dietro la porta ora c'è una parete compatta e sigillata. Nulla entra e nulla esce. Si deve scegliere in che mondo stare, a quale appartenere. In basso si nota un corvo imperiale, a differenza delle rondini nere penso che nasconda qualcosa di più che una minima intenzione simbolica.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Sono in ritardo. Il sole è quasi sparito, ma non importa. Il giorno è adatto per andare sott'acqua. I sassi, le alghe, il freddo. Inciampo più volte ma non cado, faccio un piccolo salto e di colpo l'aria non c'è più. Salto, c'è ancora per un istante. Poi di nuovo tutto si fa liquido. Apro gli occhi, così anche i miei si bagnano di acqua salata. Anche se in quel punto il sale non si sente per niente. Potrei vedere di nuovo com'è la situazione là fuori. Torno sotto e decido di fare una piccola visita alla morte, apro la bocca e respiro acqua. Diminuisce l'intensità della luce. Per il momento però non posso ancora farle molta compagnia, non è carino quando fuori c'è gente che aspetta.

lunedì 30 novembre 2015

Bulgarian wood

Non pensavo che l'ultima -probabilmente- trasferta del 2015 mi avrebbe portato laggiù. E invece, il 21 mattina alle ore 11 e 15 locali, mi ritrovavo ad atterrare all'aeroporto di Sofia. Dopo aver lasciato parte dello stomaco tra i saliscendi dei vuoti d'aria, per iniziare al meglio l'esperienza in una nuova terra straniera segnata profondamente da una quantità inusuale -per me, ovvio- di caratteri cirillici. 
In parte il viaggio era stato deciso dal caso (del tipo che una settimana prima avevo cercato "ovunque" come possibile destinazione, affidandomi poi a una delle soluzioni più economiche, per la precisione la terza, alle spalle di Lourdes e di Poznań), in parte era stato deciso da altri (del tipo che avrei voluto organizzare degli spostamenti per andare a trovare qualche persona che però o non mi ha più fatto sapere nulla o è stata colta da imprevisti imprevedibili troppo cronoassorbenti), in parte era stato deciso da un'idea mia piuttosto stupida (del tipo che l'ultima persona con cui ci si era reciprocamente proposti di vederci era Sofia, da qui la decisione che se non potevo andare da Sofia, allora sarei potuto andare a Sofia, giusto per una simpatica coincidenza dei due nomi e la sola mancanza di una d). Dunque niente Portogallo, ma Bulgaria. L'aeroporto di Sofia ha una cosa che mi è subito piaciuta: è attaccato alla metropolitana, quindi a parte la fatica di trovare la navetta per arrivare al terminal 2, non c'è lo sbatti di cercare il bus giusto per arrivare in città. E pure l'ostello dove sono stato aveva la stessa caratteristica: ci sono arrivato quasi senza perdermi (sbagliare un paio di vie mi pare accettabile). Comunque la cosa che veramente mi premeva era farmi un giro sulla Vitoša. Non che mi premesse da una vita, neanche da qualche anno o addirittura pochi mesi: no, mi premeva da una settimana, giusto il tempo di scoprire come si chiamano le montagne intorno a Sofia. Chiaramente non avevo idea di come fossero i sentieri, di cosa si potesse vedere né di come si arrivasse da quelle parti, e chiaramente essendo arrivato di sabato l'ufficio turistico era chiuso e lo sarebbe stato fino al lunedì mattina. Troppo tardi, io volevo andare sulla Vitoša il prima possibile. Quindi dopo una prima giornata girando qua e là, finalmente il secondo giorno è stato il momento di salire in montagna. Per andare dove? La risposta l'ho trovata grazie a Google: mi avevano detto del monastero blablabla e delle cascate blablabla, ma già che non sapevo dove prendere il bus 63, ho deciso che era più facile prendere il tram 5. Solo non sapevo quanto distante fosse quella meta improvvisata, né il dislivello da affrontare, né le condizioni del sentiero. Beh, il sentiero era facile e largo, tra andata e ritorno stimo una dozzina di kilometri, quindi prima che facesse buio ero di ritorno. Mi fa bene stare nei boschi. Forse perché i boschi sono un posto in cui è più giusto che altrove stare da soli. E poi ho potuto abbracciare di nuovo delle betulle, che non mi fa male. Per la cronaca, alla fine mi sono ritrovato a Zlatnite Mostove, da cui passò pure Morgan Freeman, per dire. La passeggiata nel bosco è stata la cosa più bella che ho fatto da quelle parti. Anche perché nel sacchettino di frutta secca che avevo meco c'era pure l'ananas disidratato e addirittura dei pezzetti di cocco. Il giorno successivo invece ho provato una di quelle sensazioni che d'impatto sembrano destinate a cambiare la vita. Me ne stavo a guardare una serie di passeriformi imbalsamati, pensando al fatto che probabilmente si trovavano lì da circa ottant'anni, quando d'improvviso qualcosa è cambiato totalmente. Si è spenta una luce, si è chiusa una porta, è morta una cosa che non so come definire. Qualcosa che assomigliava a una capacità di sapersi illudere sempre, ovunque, comunque. Al dolore quasi fisico ne é seguita una calma simile a quella che si può avvertire nel momento in cui sopraggiunge la rassegnazione. Ho l'impressione di essere diventato un po' peggiore quel giorno. Alle 4.22 del mattino successivo, l'ultimo grido, disperato, addolorato, acutissimo, ha squarciato il silenzio della camerata da sei. Ma ha svegliato solo me, il nippone che farà il giro d'Europa in bicicletta e la taiwanese che ha deciso di lavorare per un po' nei balcani non si sono accorti di nulla.

venerdì 16 ottobre 2015

Una gita a...

Un giorno, ad agosto inoltrato, andammo in luoghi montani un po' diversi dal solito. Stavamo a quote tali che le zecche non abitavano tra quei fili d'erba, in compenso sul terreno impaludato dai piccoli torrenti crescevano i camemori. Ce n'erano davvero molti e dopo aver fatto un'escursione verso un lago ancora semighiacciato (in cui mi capitò anche di vincere la scommessa "se riesci a starci più di un minuto...") ci dedicammo alla loro raccolta. Era dal 1997 che non mangiavo un camemoro. Dai tempi in cui stavo a Espoo. Da allora avevo avuto modo di provare marmellate e bere liquori fatti con tale bacca, ma un camemoro vero e proprio non l'avevo mai più mangiato. Così ne assaggiai uno. Occhi chiusi. In quel momento avevo ancora 16 anni, ero nei boschi dietro casa a raccogliere bacche, mentre Jesse -un bovaro del bernese di sei mesi alto quanto me- andava libero tra i sentieri e tornava non appena lo si chiamava. Un altro. Occhi chiusi. Eeva-Liisa, Hille, Mikko, la famiglia che mi ospitò per un mese. Altri ancora. Occhi chiusi. Nuuksio, il parco nazionale in cui dormii sotto le radici di un albero enorme. Montella e Veron che prese una traversa con un tiro da centrocampo all'Olympiastadion. Penne che non funzionavano. Ristorante Perugia. Kauppatori, fragole e piselli. Biglietti dell'autobus, carnet da dieci. Lepri immobili, di notte, sotto il lampione di fronte alla finestra. Un incidente assurdo in auto a 100 km/h tra i campi, l'uscita di strada e l'entrata nel fosso, incredibile come ne uscimmo illesi. La sauna, il fuoco, il sudore, la bruciatura da ferro che andò via solo dopo tanti mesi. Claudia che invece se ne andò via dopo pochi giorni e mi sentivo in colpa, perché l'avevo convinta io a scegliere Helsinki. Il primo (ed unico) giro in kayak. La prima volta che misi piede a Stoccolma (e in Svezia in generale), con un viaggio in nave, Rhonda e un liquore alla liquirizia travestito da analcolico. Le karjalanpiirakka, il salmone marinato all'aneto, le torte e il succo di limone. Avendo tenuto gli occhi chiusi per troppo tempo, mi ritrovai chissà dove, nel silenzio del legno. Davanti a me c'erano molti più camemori di prima. Questo significava essenzialmente una cosa: avevo lasciato il sentiero e non ero minimamente in prossimità degli altri. Occhi chiusi. Un rigore calciato sul palo. Mari Jonna, la vodka, il suo cane che tremava perché gliel'avevano avvelenato e lei che nel frattempo stava avvelenando un po' me, ma avrei tremato solo dieci anni dopo. Poche settimane prima il mondo era collassato giusto sulla mia testa io non avevo fatto nulla per spostarmi, anzi mi ero messo in una posizione più centrale. Il 16 maggio piansi, non andai dal dottore ma mi resi subito conto che mi s'era fratturata l'anima in più punti. All'uscita del buco nero trovai la Finlandia, luogo designato alla riabilitazione da una piccola morte. Ancora oggi resta un mistero perché decisero di regalare proprio a me quella borsa di studio. Non avevo alcuna cautela nel riporre i camemori che infilavo nel sacchetto. L'obiettivo era raccoglierne molti. Chiudere gli occhi. Quando li riaprii, qualcuno mi stava aspettando altrove.

mercoledì 16 settembre 2015

Stand by me

-Metà maggio, Malpensa, grandine. Voli annullati, voli rimandati, voli dirottati temporaneamente su Nizza, attese lunghe, parole crociate non fatte, cioccolata fondente che inganna l'attesa. Bus notturno, amici che passano accanto senza essere visti, mattino, arrivo. Inizio di una nuova estate.
-Casa temporanea trasformata in residenza estiva semipermanente, di settimana in settimana, di mese in mese, di stagione in stagione se fosse stato possibile. 
-La neve non voleva andarsene, incollata alle vette per settimane. Le piccole cascate ammorbidivano la terra, il fango induriva le scarpe, la neve bruciava la pelle.
-La trasferta durava un giorno di più, da solo in un paese che di notte è popolato dal nessuno. Tour improvvisi in terre sconosciute, con navi cinque stelle. Si raccontavano storie sconosciute al narratore, si vedevano orsi polari di un tempo che fu e che per loro non sarebbe forse mai più tornato.
-Le prime zecche della stagione, le rane, le storie di mele che non possono essere più coltivate, il vento, gli uccelli, le pecore. 
-Il primo tour in francese, gli appunti scritti in fretta, parole che scorrevano più nella mente che tra le labbra, turisti soddisfatti non si sa come, non si sa perché. Il primo tour in francese e in italiano, turisti italiani stupiti della mia nazionalità.
-Hallon giocava coi topi e se li mangiava con avidità, non una goccia di sangue, non un osso avanzato. Durga è rimasta solo pochi giorni, colei che difficilmente si poteva avvicinare si è allontanata e non è più tornata proprio mentre ero andato a prenderle i croccantini. Skelly che aveva fame. Come me. Skelly che aveva paura ad attraversare il ponte. Come me.
-Un ragno esplodeva sullo stipite della finestra, un altro moriva perché aveva deciso di dormire nel posto sbagliato, il terzo in quattro anni in una manica dell'accappatoio. Altri soffocavano nel giallo brillante del detersivo. I più fortunati venivano portati in salvo in un giorno di sole e di pulizie.
-Un passo, due passi, tre passi, quattro passi, cinque passi, millecentotrentatre passi da casa al reparto banane del supermercato. 
-Le partite a carte e in ogni mazzo c'erano tre jolly, qualcosa di troppo. 
-C'era un punto isolato e lontano dal mondo, raggiunto di corsa senza pensare a nulla, raggiunto pianissimo raccogliendo fiori, bagnandosi di sudore o a volte anche di pioggia, ma il sole poi arrivava sempre.
-Ho fatto un bagno nel fiordo, nelle sue acque scure in quiete. Un passo dopo l'altro verso l'abisso. Immergendomi lentamente, a occhi aperti e con la pelle pronta per vedere il buio ed ascoltare il freddo. Per un attimo la voglia era di farsi inghiottire dall'acqua dolce e incatenare dalle alghe, al riparo da tutto.
-La montagna è stata amica e insegnante, soprattutto per metafore. Non importa quanto sia evidente il sentiero, ci vuole poco per perderlo. Se vuoi raggiungere la cima, impara a camminare anche da solo, perché non sempre ci sarà qualcuno che troverà abbastanza tempo o voglia per accompagnarti. 
-Come ai tempi in cui ci si scambiava le figurine (cosa in cui sono sempre stato pessimo), ci si scambiava fantasmi con demoni. 
-Inizio settembre, ultimi giorni di lavoro e primi saluti, gente che se ne va, appartamenti che si svuotano, luci che si spengono, porte che si chiudono, mani che si aprono, pullman che partono, messaggi che arrivano. 
-Ho visto la prima aurora boreale. Nasi all'insù per vedere una luce fioca fare movimenti rapidi, disegnare forme diverse, fermarsi e ripartire. Naso all'insù orientato verso un mondo parallelo inesistente.
-Prima metà di settembre, Geiranger, sole. Ore di viaggio, riposo, ore di viaggio, riposo. Gotemburgo, Trelleburgo, Amburgo, Bamberga, San Bonifacio. Montagne, mare, multe, pirati a St Pauli, birra, birre, treni in ritardo, coincidenze perse, cioccolata fondente che inganna l'attesa. Treno pomeridiano, lacrime di qualcuno che chissà da dove arriva, sorrisi di sua figlia, commenti razzisti vomitati da gente che dovrebbe stare sotto i treni invece che sopra, arrivo. Fine di una vecchia estate.

Ma cosa si prova quando non si ha niente, nemmeno dei ricordi cui aggrapparsi, quando è notte fonda?

venerdì 1 maggio 2015

Così che tu possa sentir per me quasi una solitudine

Pensando ai miei gusti climatici, tutto ciò aveva avuto un sapore inverosimile, non avrei potuto immaginare una beffa del genere: eravamo nati in un deserto infuocato per morire tra i ghiacci e le nebbie in una danza di neve. Morire danzando è stato qualcosa di estremamente grottesco. Insopportabile. 
Dopo tutto questo tempo, stanno svanendo le parole scritte dietro a foto e disegni colorati, tra altri anni lasceranno il posto a qualche nuova eco di pensieri che forse non sono neppure mai esistiti. E un giorno, anche l'eco finirà o sarà semplicemente una flebile percezione, leggerissima e sfuocata, come quella di terremoti lontani che sento nei nervi ma non nella pelle. Tutto il resto l'ho chiuso in cristalli, che rimangono semi-sepolti in quel deserto in fiamme che ogni tanto sembra destinato a sopirsi per sempre sotto le montagne di neve, dove ogni baluginio sembra morire nella nebbia e nella notte, fin quando ciclicamente tutto si scioglie al ritorno della luce. Quei cristalli hanno sempre avuto punte acuminate, ma una pelle callosa e ispessita diventerà una protezione sufficiente per non sentire più alcun dolore quando ci si passerà sopra. E proprio per questo quel giorno diventerà inutile maneggiarli. 
Hai paura del buio? No, ho paura della luce, perché al buio puoi far finta che esista tutto ciò che vuoi, la luce invece non finge, devi intrappolarla bene, chiudere ogni spiraglio. La luce ha il potere: se la fai uscire, vedo chi non c'è. Allora le palpebre erano state un'arma efficace, serrande abbassate sul mondo: ci si poteva addirittura raccontare cosa si vedeva con gli occhi chiusi. Dieci scatti. Api e bolle di sapone. 
Ho imparato una nuova lingua per poterti non parlare più. Proprio ora ne sto apprendendo un'altra, così che nella testa ho sempre più parole, ma sempre meno me ne restano nella bocca e sulle dita.

venerdì 13 febbraio 2015

E poi ascolterò uno che suona il sax mentre passo accanto ai grattacieli

Un mese fa è successo che sono arrivato in Canada. A Montréal. Quasi causa dialogo iperlungo col poliziotto di frontiera perdevo la coincidenza e mi fermavo a Toronto, ma alla fine ce l'ho fatta. La domanda tipica che mi han fatto in molti (poliziotto di frontiera incluso) e che qualcuno ancora mi fa è perché abbia deciso di svernare qui. Bah, mi sembrava una bella scelta per svariate ragioni: un posto in cui non conosco nessuno, che non ho mai visto, dove ci sono temperature più basse che a Novosibirsk e di media ci sono tre turisti a settimana in questo periodo. Perfetto. E infatti la cosa che più mi ha colpito è la tranquillità dei parchi innevati, dove -nei giorni più freddi- non si incontrano manco gli scoiattoli.
Comunque, ho festeggiato il primo mese canadese e ho reputato l'occasione degna di una classifica di più e meno. In realtà la coincidenza era ieri, ma poi non avevo voglia di scrivere e sono andato a vedere le scimmiette al bioparco. 
Dunque, alcune cose belle di Montréal:
+c'è il latte al cioccolato fondente e quello alla vaniglia è buono assai
+fa freddo, ma di quel freddo che si formano i cristalli di ghiaccio sulla barba, come agli sciatori di fondo
+ho trovato una casa con la gatta inclusa (ma l'avevo cercata già dall'Italia con questo requisito)
+sto imparando del francese... una lingua che però continua a non piacermi
+in mezzo alla città c'è un parco con le foreste
+anche ai lati della città ci sono dei parchi con le foreste
+ci sono strade lunghissime, va bene camminare anche un'ora e poi decidere di tornare indietro e non ci si perde
+tutto sommato non costa eccessivamente viverci
+ho un letto matrimoniale
+ci sono ancora le lucine di Natale che a me piacciono tanto
Alcune cose brutte di Montréal:
-la vendita di aragoste vive, che lo fanno ovunque anche in Italia ma queste ogni volta che passo mi guardano con quegli occhietti tipo Pizzicottino con Homer Simpson
-la metro, troppa gente che la prende e un numero sorprendente di guasti
-il ghiaccio sulle strade
-la gente che non sa usare le scale (questo potrebbe meritare un post a parte)
-la gente che non sa usare i marciapiedi
-le temperature eccessivamente alte nei luoghi chiusi... capisco che possa stare sul culo l'inverno, ma prima o poi arriverà anche qui la primavera, si potrebbe aspettare senza problemi
-devo alzarmi e aprire una porta che dà direttamente sul gelo alle 6 e mezza di mattino per far uscire la gatta (sì, lei avrebbe pure più motivi di me di lamentarsi, ma gli ordini che mi sono stati impartiti sono questi)
-la mozzarella e la scamorza costano assai
-i testimoni di Geova mi hanno importunato pure qui

mercoledì 31 dicembre 2014

Vol. VIII

Il 31 dicembre ci sono due cose che vanno fatte: una telefonata alla Manuela che compie gli anni e il cd dell'anno. Talvolta con una puntualità normalmente a me inusuale la seconda cosa riesco anche a postarla il giorno giusto sul blog (su cui noto di aver scritto dei pensierini per ben tre volte quest'anno... mi piace mantenerlo in agonia). Quindi ora scrivo 'sto pezzo classificatorio, poi ho da fare una chiamata. 
Pure quest'anno pochi concerti, però finalmente a settembre sono andato a vederne uno di Giorgio Canali (durato meno di un'ora perché in realtà era più un concerto di Nada), che tra l'altro all'epoca avevo pure pensato di scriverci un pezzo sul fatto che l'ultima volta che m'era capitato di vederlo dal vivo esistevano ancora i C.S.I., per sentire musica si utilizzavano ancora i ciddì e soprattutto io ero ancora minorenne ma poi troppo sbatti come abbastanza solito.  
Beh, comunque finisce che le 18 tracce prescelte sono quelle qui sotto, quella dei Veljeni Valas non si trova manco su youtube ed è davvero un gran peccato.
  1. Crocodiles - Hearts of love
  2. Veljeni Valas - Tuuli
  3. Goldmund - Alberta
  4. Placebo - Every you every me
  5. Aereogramme - Hatred
  6. David Bowie - Space oddity
  7. Yann Tiersen  - Les bras de mer
  8. Krobak - Broken
  9. Camillas - Pirati
  10. Nest - Last vestige of old joy
  11. Lou Reed - Perfect day
  12. Ohio Express - Yummy yummy yummy
  13. Zen Circus - Viva
  14. Audiolepsia - Estigma
  15. Amanda Palmer - Want it back
  16. Talking Heads - Psycho killer
  17. Gatos del Mundo - Invictus
  18. Atoma - Skylight
Durata: 78 minuti e  17 secondi...

lunedì 7 ottobre 2013

Monetine e lollipop non saranno citati qui sotto.

Qualche tempo fa ero in cucina che mescolavo la ricotta con le noci e i pomodori e stavo pensando che dieci anni fa stavo in una cucina molto più a nord, senza ricotta e senza noci, perché al tempo non avevo la fissa di mettere la frutta secca nei sughi (anche se apprezzavo molto gli anacardi nel riso ai funghi del ristorante thailandese vicino a casa). Così, partendo da 'sta cosa, ho iniziato a pensare un po' di più a quel posto molto più a nord dove abitavo dieci anni fa: non solo alla cucina, alla sala, alla camera... ma anche alle strade, agli edifici e tutto quanto. E mi sono detto "perché non tornare dieci anni dopo e vedere com'è?". In realtà non è da dieci anni che non vado là, ci sono stato già altre volte: nel 2004 ci abitavo ancora, poi sono tornato nel 2005, nel 2006, nel 2007 e pure nel 2010. Comunque, finisce che ci torno anche nel 2013, perché siccome non ho trovato motivi abbastanza validi per non andarci (il più valido è che effettivamente è discretamente sbatti farsi il viaggio), ho comprato i biglietti aerei e ho prenotato l'ostello per un paio di notti (la terza la passo a sbarboneggiare in aeroporto). A proposito di ostello: là ce n'era uno veramente curioso, dentro un treno. Ho scoperto che non c'è più dall'ottobre dell'anno scorso. Non l'hanno semplicemente chiuso: il treno è partito, è rimasto solo il binario. Più morto del solito. Ho scoperto anche che non esiste più la squadra in cui giocavo a uollei lassù. Così è ufficiale: nonostante abbia messo fine alla mia scarsa carriera da pallavolista solo da un paio di anni, tutte le squadre in cui ho militato sono sparite. Puff!
Già nel 2010 invece avevo scoperto che la casa in cui vivevo aveva cambiato stile, non era più quel baraccone un po' (tanto) trasandato, dove si facevano feste a non finire perché manco al care-taker interessava che rimanesse in condizioni vagamente decenti. Non è più posto destinato agli studenti universitari. E le persone... tutti quelli che mi piacerebbe rivedere sono altrove. Non solo gli stranieri. Tutti erano lì solo per fare l'università, riconoscerò forse il bibliotecario (se non è andato in pensione), il tipo che continuava a tossire nella zona computer (se non è morto) e pochi altri.
Insomma, i presupposti per vedere un posto profondamente cambiato, dove non ci sia quasi più nulla di "mio", ci sono. Ma sarà sicuramente bello passare tre giorni con il passato, ci credo.