martedì 3 gennaio 2023

Vol XVI

I know it's over
And it never really began
But in my heart it was so real


  1. Heilung - Asja
  2. The Smiths - I know it's over
  3. Las Taradas - La preferida
  4. heklAa - Yamuna
  5. Ólafur Arnalds - Happiness does not wait
  6. Hurry, Eskimo - Sent forever
  7. Amalunga - Nothing
  8. No Clear Mind - Saint John
  9. Meanwhile, Back in Communist Russia - Blindspot/Invisible bend
  10. Rainbow Kitten Surprise - It's called: freefall
  11. Baiuca - Morriña
  12. Tongo - Machirulo escóndete
  13. Sara Hebe - Tuve que quemar
  14. Kumbia Queers - La despedida
  15. Bomba Estéreo - Flower power
  16. La Rappresentante di Lista - Questo corpo
  17. Brutus - All along
  18. Dengue Dengue Dengue! - Pua
  19. Hardcore Tamburo - Gute nacht
Durata: 79 minuti e 42 secondi...

martedì 4 gennaio 2022

Vol XV

Esconder cento e noventa e nove vezes a desilusão, depois amar

  1. Indignu - Duzentas promessas para um mundo melhor
  2. Ehma - L'arrivée
  3. Heilung - Svanrand
  4. Le Wanski - Tarte à la myrtille
  5. Kid Francescoli - Moon
  6. Kinks - Phenomenal cat
  7. Sleepmakeswaves - One day you will teach me to let go of my fears
  8. Men at Work - Who could it be now
  9. I Vazzanikki - La droga no
  10. Fuimadane - Vita fram
  11. YĪN YĪN - The sacred valley of Cusco
  12. Arctic Rise - A hero's journey
  13. Osi and the Jupiter - Fjörgyn
  14. Ghinzu - The dragster-wave
  15. Non Somnia - The end of the world
  16. Sky Architects - Ignite
  17. La P'tite Fumée & Les Ramoneurs de Menhirs - Thunderbreizh
Durata: 78 minuti e 27 secondi...

venerdì 29 ottobre 2021

Catdust

2005. Fine giugno. Sera. Avevo un appuntamento verso le 20.30, ma prima delle 21.00 ero già tornato a casa. Però non da solo. Con me -o meglio, aggrappata a me con tutte le sue unghiette- c'era una gatta piccolissima sia per dimensioni che per età, con un fiocco rosa più voluminoso di lei. Non avevo parole, era da anni che avrei voluto una gatta e finalmente era arrivata. Nera, come nella famosa canzone, perché anche io la volevo così. Da molto prima che arrivasse, avevo deciso che la mia gatta -se mai ne avessi avuta una- si sarebbe chiamata Lilja. Finalmente ora esisteva veramente. 
La prima notte le avevo messo un cuscino accanto al letto: pensavo si potesse abituare a dormire lì. Non lo usò mai, già alla prima occasione si arrampicò sul materasso dopo che mi ero addormentato e quando mi svegliai, la vidi beata e tranquilla rannicchiata sul mio petto.
2021. Fine settembre. Sera. La giornata era stata molto difficile: la mattina ero corso dal veterinario, prima senza Lilja, poi con lei. All'improvviso, la notte precedente, le sue zampe avevano deciso di non muoversi più. Una flebo, dei sali minerali e altri intrugli a me ignoti, per vedere se la situazione poteva migliorare. Qualche ora di attesa e no, non migliorava e non sarebbe migliorata. Si sarebbe anzi capito che sarebbe peggiorata. C'era solo da aspettare un ammontare di ore che si prospettava assai lungo, ma la decisione era inevitabile: il mattino seguente saremmo tornati un'altra volta a fare un'iniezione, quella che avrebbe posto fine a tutto.
L'ultima notte l'avevo presa e sdraiata sul mio petto, perché da sola non ce l'avrebbe fatta. Con la zampa anteriore destra mi diede una sorta di abbraccio, aggrappata a me con tutte le sue unghie. Era ancora piccola, stavolta solo per dimensioni. 

Lilja mi ha lasciato il 29 settembre alle 10.56. Avevo immaginato tante volte come sarebbe potuta finire e il timore principale era che succedesse mentre io ero altrove: non la ringrazierò mai abbastanza per aver aspettato anche questa volta che tornassi dalla mia stagione norvegese e anzi di aver scelto un momento in cui eravamo soli io e lei. Poterla abbracciare fino al suo ultimo respiro è stato il regalo più grande che mi potesse fare. 

domenica 3 gennaio 2021

Vol XIV

 I've had a hole in my earth for so long


  1. Iggy Pop - Candy 
  2. Love Affair - Everlasting love
  3. Still Corners - Sad movies
  4. Knife - Heartbeats
  5. Kraftewerk - Radioactivity
  6. Hardcore Tamburo - Di sangue e di sudore
  7. Burian - Resurrection
  8. Placebo - Bosco
  9. Dead Can Dance - Opium
  10. Ezio Bosso - On fear
  11. Prozac + - Piove
  12. Kwoon - Great escape
  13. Blueneck - Anything other than breathing
  14. Raveonettes - Boys who rape (should all be destroyed)
  15. Radici Nel Cemento - E io ero Sandokan
  16. No Relax - No somos diferentes
  17. Demis Roussos - Profeta non sarò
  18. Diana Est - Le Louvre
Durata: 78 minuti e 59 secondi...

giovedì 18 giugno 2020

Ricordi sbocciavano i rincospermi

Ho sempre pensato che, se proprio dovessi rinunciare a un senso, rinuncerei all'olfatto. Non ho cambiato idea ultimamente, lo penso ancora. In queste settimane però devo dire che alcuni odori che si sentono nell'aria costituiscono una delle poche cose capaci di portarmi lontano. Già che lontano, fisicamente, pare impossibile andare. Almeno per il momento. L'aria, quando si può respirare liberamente, porta con sé il profumo dei falsi gelsomini, che spesso si mischia con quello di altri fiori, che odorano di un caldo intenso e di ricordi confusi e lontani: sanno di succhi di frutta e di nonni, di trampolini elastici e di asfalto che scotta, di ghiaccioli al limone e di luci lontane, di ventole che ruotano tardi con l'unico soffio di vento della sera e di luna piena, di terra appena irrigata e telefonate perse. Preferisco il profumo silenzioso della betulla e del fungo, l'odore del freddo che frusta la pelle, ma quest'anno va così. L'ultima estate passata da queste parti fu quella del 2005. Allora fu per un virus che colpì solo me. Pare che quando si sta bene, non ci siano motivi validi per restare qui tra giugno e settembre. 

mercoledì 8 gennaio 2020

Vol XIII

I wanted you to stay
Yet you died away


  1. Wardruna - Solringen
  2. Prodigy - Lust for life
  3. Ozzy Osbourne - Mama I'm coming home
  4. White Stripes - Hardest button to button
  5. Offispring - The kids aren't allright
  6. College & Electric Youth - A real hero
  7. Dropkick Murphys - Rose Tattoo
  8. Albert Hammond - It never rains in Southern California
  9. This Will Destroy You - New topia
  10. If These Trees Could Talk - They speak with knives
  11. Osi and the Jupiter - Baldur
  12. Evgeny Grinko - Valse
  13. Agnes Obel - Dorian
  14. Nanowar of Steel - Norwegian reggaeton
  15. Brusco - Il vigile
  16. Unlogix - La españolita
  17. Le Wanski - La couleur du son
Durata: 79 minuti e 53 secondi... 

mercoledì 20 febbraio 2019

Quel giorno in cui stavo all'angolo della vecchia

Giusto un anno fa invece che qui stavo là, a Rincon de la Vieja. Rincon de la Vieja, o se preferite l'Angolo della Vecchia, è abbastanza lontano da qui. Diciamo 9500 km, forse qualcuno in più. Tanto lontano da qui, ma a occhio meno di 50 km dal confine con il Nicaragua. L'Angolo della Vecchia si trova nel nord della Costa Rica e giusto un anno fa io stavo là perché avevo voglia di vedere due cose: vulcani e bradipi. La Costa Rica è un paese che ancora oggi mi regala sempre due dubbi grammaticali: il primo è se si scriva tutto attaccato o staccato (pare vadano bene entrambe le forme), il secondo è se sia maschile o femminile (pare la seconda ipotesi). Comunque, era da molto tempo che volevo vedere vulcani e bradipi. Siccome il tempo ce l'avevo, i soldi anche, la voglia pure, decisi quindi di organizzare un viaggio da quelle parti. Il fatto che mi metta a scrivere qualcosa oltre un anno dopo è esclusivamente dovuto alla mia pigrizia. Per dire: tra meno di un anno e mezzo compirò quarant'anni e ancora devo scrivere il post che avevo in mente per i miei trent'anni. Mentre ero là, avevo anche iniziato a tenere un piccolo resoconto delle cose interessanti/curiose che mi capitavano... ma era un lavoro di costanza e sinceramente non ricordo neppure dove sono finiti quegli appunti, quindi scriverò eventi a caso con mancanza di dettagli interessanti ma dovizia di particolari irrilevanti. Che sia pigro l'ho già detto, quindi oggi parlerò esclusivamente del viaggio di andata e la puntata due chissà quando -e se- arriverà. Sì, lo so, lo sto scrivendo come se ci fosse un pubblico interessato. 

Siccome il gusto per il viaggiar male è qualcosa di insito nella mia natura, ancor prima di partire stavo sbarboneggiando in aeroporto, perché il primo volo era presto la mattina e non avevo voglia di svegliarmi alle 4, così già la sera prima ero pronto a lasciare casa. Ho scritto il primo volo, perché la soluzione più economica era fare tappa prima a New York e poi a Miami (con notte annessa) prima di giungere a destinazione. Piccola curiosità: la prima volta che prenotai il viaggio poi non riuscii a dormire per tutta la notte, perché avevo arrivo e partenza sì a New York, ma da due aeroporti distinti. Ho l'abitudine di prenotare i voli a notte inoltrata, quindi dovetti aspettare il mattino seguente per telefonare, cancellare e rifare i biglietti corretti. La notte di sbarboneggiamento passò abbastanza scomoda e tranquilla, nonostante non molto distante da me (anzi, direi eccessivamente vicino) ci fosse una coppia con un bambino che di tanto in tanto piangeva (il bambino, non la coppia). Tuttavia il sonno più profondo me lo giocai sul bus di connessione Milano Centrale-Malpensa. Il mattino successivo, il primo aereo decollò con notevole ritardo (forse per quello ci offrirono snack e bevande ogni venti minuti per il resto del volo?) e mi mise in una di quelle situazioni spiacevoli: avere fretta in aeroporto. Mi diedero pure il biglietto arancione fluo da mostrare come prioritario per accedere al secondo volo. Arrivai al gate di imbarco solo 15 minuti prima di imbarcare. E pensare che c'è gente che si abitua pure a 'ste cose. Se devo dire cosa metterei al primo posto tra le cose che mi danno ansia, penso proprio che direi arrivare in ritardo all'aeroporto. Che poi per me ritardo significa meno di due ore dalla partenza del volo, nel caso sia nazionale/ambito EU. In compenso, a Miami avevo poco meno di 12 ore di attesa. Nota a margine: a Miami il tramonto è veramente come nel telefilm CSI, mai visto un cielo così saturo. Nota a margine due: non credo che mangerò di nuovo quesadillas se dovessi ripassare da quell'aeroporto. Aeroporto di cui avevo letto delle recensioni particolarmente negative, ma in realtà posso dire che ci si dorme abbastanza bene, è pulito, ci sono un sacco di angolini tranquillini e c'è una specie di strana allegria e amichevolezza che serpeggia tra chi ci lavora che dà già un tocco di centro America all'ambiente. Che poi io ho come riferimento Orio al Serio e Malpensa, quindi magari può essere che negli standard mondiali faccia schifo. Del terzo e ultimo volo, ricordo soprattutto il dolore all'orecchio in fase di atterraggio. Penso sia stato il più potente che abbia mai avuto (a proposito di pigrizia, è da otto anni che mi riprometto di andare da uno specialista). Però ricordo anche la bellezza del mare intorno a Cuba e alle Bahamas. E pure quella sensazione che volevo proprio provare, tipo che stavamo atterrando all'isola Nublar per visitare Jurassic Park, perché le foreste che già si vedevano dall'alto un po' davano quell'idea. Di dinosauri, però, non ce n'erano. Evitando vari tassinari che a tutti i costi volevano darmi un passaggio, mi riuscì pure di prendere un bus che vagamente andava nella direzione che mi serviva e in seguito arrivai pure all'ostello. Dopo 46 ore da quando avevo lasciato casa, c'era finalmente un letto in cui dormire.

domenica 6 gennaio 2019

Vol. XII

Music is your only friend until the end 

  1. Mono - Halcyon (Beautiful days)
  2. Maria Arnal y Marcel Bagés - Tu que vienes a rondarme
  3. C.S.I. - Campestre
  4. Lucio Dalla - Com'è profondo il mare
  5. Samuele Bersani - Giudizi universali
  6. Nada - Senza un perché 
  7. Franco Battiato - Cuccurucucu
  8. Camillas - Rovi
  9. The xx - Intro
  10. Moderat - A new error
  11. Desire - Under your spell
  12. Still Corners - The trip
  13. Quantic Camp & Flowering Inferno - Cumbia sobre el mar
  14. Yann Tiersen - La valse d'Amélie
  15. La Rue Kétanou - Les cigales
  16. Muse - Resistance
  17. Rammstein - Ohne dich
Durata: 79 minuti e 51 secondi...

venerdì 28 dicembre 2018

Non eravamo una banda di idioti, ma una manica di pirla


Il 29 luglio per me fu un giorno bello. Non perché fosse domenica, in fondo per me i giorni della settimana, in particolar modo tra maggio e settembre, non fanno una gran differenza. Più ancora del giorno, fu la serata del 29 luglio ad essere particolarmente bella, anzi una delle migliori dell'estate: si mangiava gelato e si parlava di unicorni. 
Il mattino seguente c'era il sole, io stavo al porto aspettando che arrivasse la nave con cui lavoravo quel giorno. Fu lì che ricevetti il messaggio. Poche parole, neanche dieci. "Ragazze, ho una notizia bruttissima: è morto il Gio".
Il Gio. Verso la fine del 2014 c'eravamo parlati un'ultima volta, dopo svariati anni. Non perché avessimo litigato o per qualsiasi tipo di dissapore, ma, come spesso accade, semplicemente perché si percorrono strade diverse, e non solo in senso figurato. Non si passava più dai soliti bar. E poi si era pure trasferito, non lontano, forse una dozzina di chilometri, quel tanto che basta per non incrociarsi mai e infatti, dal 2014, ricordo di averlo visto una sola volta, io a piedi e lui in auto, senza che lui mi notasse.
Insomma, era una persona che ormai era uscita dalla mia vita e neanche da poco tempo, direi da un decennio abbondante.
Il fatto è che prima, invece, ne faceva parte in maniera assidua. Avevamo iniziato a frequentarci a causa della pallavolo. Quando io andai a schiacciare i miei primi palloni, lui già faceva parte della squadra. Io avevo 16 anni, lui 21. Giocavamo in un posto che definire palestra è eccessivo: le linee di delimitazione si trovavano solo a una manciata di centimetri dalle pareti di cemento. E come quel campo veniva imprigionato in uno spazio tanto stretto, la sua bravura e quella di altri miei compagni di squadra (mi sfilo tranquillamente dal gruppo, io sono sempre stato uno scarsone) restava incatenata anno dopo anno ai campionati di periferia del CSI, tra le squadre dell'oratorio e quelle formate dai cinquantenni che continuavano imperterriti a non attaccare le ginocchiere al chiodo. Così nell'anno in cui salutai tutti e me ne andai in Svezia, lui e gli altri decisero di provare a puntare un po' più in alto. Niente di che, ma effettivamente nel giro di due anni arrivò una promozione in serie D. Alla fine della stagione successiva, la squadra si sciolse. Di quell'esperienza ricordo soprattutto due cose: una grigliata al lago in attesa di una partita mai giocata causa Giovanni Paolo II morente (e da allora posso fregiarmi del fatto di essere stato convocato a giocare in serie D una volta ogni morte di papa) e una telefonata a lui, il presidente, per dirgli che dovevo pagare una porta in vetro che avevo mandato in frantumi con un calcio. Un'altra porta sfasciata fu probabilmente il momento più intimo con lui. 
Oltre alla pallavolo c'era molto altro: i sabati sera a bere i cubini, i pomeriggi a pesca (io dilettante assoluto, lui che si costruiva le mosche da solo). La musica. A quel tempo internet andava a 56k, in due ore se andava bene si scaricava una canzone, quindi ci scambiavamo ancora cd e addirittura cassette. Se non ricordo male il primo album che mi prestò fu Rust in Peace dei Megadeth. Poi c'erano i concerti. Tra gli ultimi: Rammstein, Apocalyptica (al Rainbow di Milano alle 18!), Elio. L'ultima volta che ci eravamo parlati mi aveva dato l'indirizzo web del gruppo in cui suonava, dicendomi di fargli sapere cosa ne pensavo. Non ho mai visitato quel sito, non gli ho mai fatto sapere cosa ne pensavo. Ma due settimane fa sono andato a un concerto in sua memoria e ho sentito le sue linee di basso. Non l'avevo mai sentito suonare prima. 
Tra qualche minuto sarà il 29 dicembre. Saranno passati 5 mesi da quel bel giorno d'estate e da quella bella sera di unicorni e gelato. Nel frattempo ho imparato che gli amici, se veramente sono stati tali, per quanto possano prendere una strada diversa, lasceranno per sempre un'impronta profonda nella nostra anima.

martedì 2 gennaio 2018

Vol. XI

Come diceva Tuco, la musica fa bene alla digestione.
  1. Nirvana - Pennyroyal tea
  2. Pink Floyd - High hopes
  3. Obscure Sphinx - Lunar caustic
  4. Tagada Jones - Mort aux cons
  5. Scatman John - Scatman
  6. Camillas - La macchina motivazionale
  7. Fabrizio De André - Suzanne
  8. Phyllis Dillon - Don't stay away
  9. Virginiana Miller - L'uomo di paglia
  10. Laura - Levadopa
  11. Billy Ze Kick - Mangez moi
  12. Gentle Art of Cooking People - Flying sharks sleeping tardigrades
  13. Matching Mole - O Caroline
  14. Indochine - J'ai demandé à la lune
  15. Banda Bassotti - Nicaragua nicaraguita
  16. La Rue Ketanou - Les hommes que j'aime
  17. Long Distance Calling - Lines
Durata: 78 minuti e 57 secondi

venerdì 29 dicembre 2017

Dieciscatti nello stagno

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un edificio in legno, a pochi metri da quel che chiamano comunque mare. Non so se ci sia il sole o se stia piovendo, c'è sicuramente un vento che mi avvolge, forte e delicato. Penso possa esserci il sole.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-L'attraversamento pedonale più celebre stampato nella mia memoria. Non è Londra, non ci sono i Beatles.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-All'improvviso, è come se si ritovassero allineati tutti gli astri, tutti i pianeti. Un momento di perfezione. Il legno, il fuoco. Le rane.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il sole, la montagna, maestosa, sul fondo. Ma è un deserto che brucia. Intanto le zebre parlano, i Ramones cantano, premonitori, che le cose non durano per sempre. E in qualche modo, baby, non lo fanno proprio mai.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Nel ritmo incessante delle stagioni, non cambia nulla: è di nuovo un autunno a seguire ll'estate, le fragole si declinano al maschile in un nuovo abc. Un gradino qualsiasi diventa uno spazio meraviglioso.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Accanto alla metro c'è un parco. Ci sono diversi cani, si intravedono tra le altalene, gli scivoli, le panchine prive di listelli e cariche di scritte. La nebbia sfuma i colori già bui. Cala l'umidità, ma tra le mani si sente un calore di grandezze diverse, un caldo che dà i brividi ed è difficile, se non impossibile, da spiegare.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una piccola lastra trasparente sormontata da un tubetto metallico giallo ci divide. All'epoca non pensavo sarebbe stato per sempre. Rimane solo il profumo di lampone intriso su un piccolo pezzo di gomma elastica, fin quando non svanìsce pure quello.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una danza nella neve, che di quest'ultima conserva solamente il freddo. Poi si trasforma solo in una danza nella nebbia, con una sola luce distante e imprigionata in una fessura. La mattina i gabbiani volano come falchi, io mi limito a camminare veloce, ma non leggero.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una sera piovosa, molto piovosa, esco quasi all'improvviso. Due birre, diverse risate, una ghianda. Tutto ciò non è nei piani. Anche dopo le due birre, le diverse risate e la ghianda, continua a piovere tanto, moltissimo. Sarebbe uguale anche se fosse in un film. Gocce che corrono così veloci da sembrare piccole frustate tra gli occhi. Pare quasi spontanea, naturale l'offerta di un riparo, di un posto per scaldarsi. L'ultimo treno sembrava solo in transito, invece sta rallentando. Si ferma. Si aprono le porte. Non salgo.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un'epoca molto più recente, una strada conosciuta, fatta innumerevoli volte. Mi fermo, al margine del marciapiede. Da lì sono passate migliaia di persone. Probabilmente continueranno a passarcene altrettante. Un tempo era successo che tutto si trovasse lì. Era passato anche un momento in cui si avevano migliaia di futuri a disposizione. Invece ora c'è un momento in cui, tutt'intorno, non resta che aria. Non si vede nessuno all'orizzonte. Tutto vuoto: la larghezza, l'altezza, la profondità, il tempo.

venerdì 21 aprile 2017

Di cuori blindati

In Polonia ci sono molti ponti. Come in tanti altri posti. La maggior parte dei ponti su cui sono passato mentre ero là serve per passare da una parte all'altra della Vistola, un bel fiume di quelli lunghi lunghi lunghi, tipo che è nella top venti dei fiumi più lunghi che abbiamo in Europa. Come in tanti altri posti, sui ponti che servono per passare da una parte all'altra della Vistola gli innamorati ci mettono i lucchetti, ci sono alcuni ponti dove se uno volesse mettere il suo lucchetto farebbe quasi fatica a trovare posto. Ho visto addirittura gente che ha il proprio banchetto dove vende calamite, portachiavi, accozzaglia di souvenir e lucchetti da apporre sul ponte. Perché gli innamorati passano anche dalla Polonia, fortunatamente ci può passare anche chi non è innamorato o lo è in modo incostante o poco serio o non troppo impegnativo, ma comunque gli innamorati vanno in Polonia (o ci sono già) e mettono i loro lucchetti sui ponti. Come gli innamorati di Milano che stanno a Milano e vanno sui ponti che attraversano il Naviglio Grande, o come gli innamorati di Londra che vanno sui ponti che atraversano il Tamigi. Tutti a mettere lucchetti sui ponti. Io non ho mai messo un lucchetto sul ponte, però mi sono informato e pare che se uno vuol fare le cose per benino non deve tenersi la chiave, anche se ormai i lucchetti hanno anche quella di riserva e si potrebbe fare che ognuno tiene la sua e allora non c'è neanche bisogno di litigare. Ma il motivo non è che poi si litiga per decidere chi deve tenere la chiave: la chiave va gettata perché così diventa una cosa simbolica. Dove si butta? In un cestino dei rifiuti credo di no, perché magari non è tanto romantico. Forse in fondo al fiume. Insomma, 'sti lucchetti servono per dire che due vogliono stare insieme per sempre. Per questo chiudono il loro amore a chiave. E poi la gettano. Così se uno cambia idea dovrebbe andare sul fondo della Vistola, cercarsi la chiave giusta e poi (se non è arrugginita) aprire il lucchetto e... boh, lasciarlo aperto, penso. Terribile, veramente terribile. Io non ho molto a che fare con l'amore, ma me lo immagino come una cosa libera e leggera, che va e viene, senza l'obbligo di essere sempre lì, forse svolazza pure, senza quella pesantezza che lo terrebbe a terra, come la tristezza di quei calabroni che da qualche parte han letto che sono troppo pesanti per volare e si adeguano, e non volano più e stanno sui prati a invidiare le api. L'amore me lo immagino che svolazza in modo un po' goffo, come quelle mosche che sembrano ubriache, o come quelle farfalle che se le segui con lo sguardo pensi che siano veramente indecise su dove andare ad appoggiarsi, perché non fanno in tempo ad arrivare su una foglia o su un sasso che subito ripartono. Ma si sa che tante farfalle vivono poco, quindi magari non vogliono passare tutto il tempo nello stesso posto, è comprensibile da parte mia. Ma si diceva dell'amore, che per me svolazza libero e anche un po' sorridente. Invece quelli che conoscono l'amore più di me perché gli è entrato dentro quando si sono innamorati, lo inlucchettano e poi fanno catene di lucchetti, c'è molto amore incatenato sui ponti del mondo. Si blindano i cuori così l'amore non esce più. Lo mettono sottochiave così che rimanga per sempre.

How I've waited for you to come
I've been here all alone
Now that you've arrived
Please stay a while
And I promise I won't keep you long
I'll keep you forever

domenica 1 gennaio 2017

Vol. X

Un altro anno riassunto in (poco, pochissimo meno di) 80 minuti.
  1. Aarktica - Happy anyway
  2. Marlene Kuntz - Ape regina
  3. Gathering - Mandylion
  4. Laibach - Mach dir nichts daraus
  5. Félperc - Going nowhere
  6. Rolling Stones - Paint it black
  7. George Baker Selection - Little green bag
  8. Dmitrij Šostakovič - Waltz no. 2
  9. Indignu - Capítulo I  Onde as nuvens se cruzam
  10. Frank Sinatra - Where are you?
  11. Radiohead - Creep
  12. [kataplismik] - Regarde
  13. Tired Army - January
  14. Otis Redding - (Sitting on) the dock of the bay
  15. The Space Lady - Gosth riders in the sky
  16. Eduardo Gatti - Los momentos
  17. Trio Los Panchos - Quizás, quizás, quizás 
  18. Joy Division - Love will tear us apart
Durata: 79 minuti e 53 secondi...

venerdì 30 dicembre 2016

Dieciscatti 2016 la carica dei 300

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Ho visto le porte scorrere lentamente per chiudersi giusto davanti a me, come nei film si chiudono davanti alla faccia del protagonista, mentre parte una musica leggermente triste in sottofondo. In una commedia, al posto della musica triste, il protagonista con un colpo di scena all'ultimo secondo sarebbe saltato tra quelle porte e tutto sarebbe finito bene. Invece fuori dalla commedia tutto sarebbe finito e basta. In quel momento ci sono altre persone intorno, non tantissime ma neppure poche, eppure è come se mi avessero messo in una cella di massima sicurezza, isolato. Per un attimo c'è uno sguardo a cui ancora do importanza, cerco di leggerci parole che probabilmente non ha mai voluto esprimere, una mia libera interpretazione.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un gesto di stizza, un insulto malcelato, una reazione strabordante. D'un tratto la mano è sul collo e stringe la presa, avvolgente. Posso sentire la lenta ricrescita di una barba che si intuisce poter essere folta, a cui segue una zona di pelle morbida. Sotto, la cartilagine lievemente appuntita del pomo d'adamo si muove al ritmo delle deglutizioni, mentre di lato si può sentire il leggero pulsare della carotide e il calore del sangue. Un uomo così grande sembra avere gli occhi improvvisamente piccoli, pure se ora sono spalancati. La bocca leggermente aperta gli conferisce un'espressione incredula e spaventata. Stavolta non è una libera interpretazione, quello sguarda significa proprio paura. Ogni tanto sento ancora sulle dita il piacere sadico di quella presa e anche se il mio sguardo non lo ammette, capita anche a me di aver paura.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Una carta magica che mi ha permesso più volte di galleggiare, i gemelli che si inseguono e litigano per decidere se stare all'ombra o al sole. 

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Ho visto un'amica, con il gusto di rivedersi dopo tanto tempo e ritrovarsi al primo abbraccio con la stessa sintonia di dieci anni prima. L'ho sentita scorrere e crescere nei suoi racconti, divenuta così diversa da quella ragazza che avevo conosciuto all'epoca, ma così uguale nelle nostre battute e nella capacità di capirsi al volo.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Un casolare esteticamente rivedibile, un parallelepipedo bianco nel mezzo dei campi e dei vigneti, con molti lavori in corso, un salone adibito ad area tiro con l'arco giapponese, una roulotte semiribaltata all'inizio del viale, in curva, per rendere difficile il passaggio delle macchine. Nello stanzone che fa da soggiorno e da cucina uno o più topi attendono le tenebre per sgranocchiare lo sgranocchiabile. Sul soffitto molti folcidi e senza che me ne renda conto per la prima volta dormo senza terrore di avere degli aracnidi a poca distanza da me.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-La neve, un unico giorno di neve in quel paese dove passo le mie estati. Un unico giorno in cui tutto è coperto di bianco, come ci si aspetterebbe che sia lassù al nord. Quel giorno ho avuto la fortuna di poter fare un giro in tranquillità, con quel rumore di ossa sbriciolate sotto i piedi, godendo del vento freddo e dei cristalli che sferzavano la pelle. Un unico giorno in cui all'indifferenza scontata e triste degli adulti ho preferito la gioia dei bambini.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il fuoco ha bruciato tutto il bruciabile, sono passati mesi da quando è accaduto, ma l'odore è ancora forte e ben presente. Mi piace quel tipo di odore di legno bruciato che mi ricorda di tempi in montagna, della pizzetta del mercoledì tornando dal mercato, una delle poche interruzioni della routine, oppure la stufa di una casa austera di pietre chiare, così in contrasto con il buio interno. Ma lassù è rimasto solo il nero degli arbusti bruciati, una chiazza molto ampia che si vede anche dal minuscolo gruppo di case in cui mi trovo a passare qualche settimana. Non passerà inosservata per lungo tempo.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il regno di ghiaccio. Il collo del gatto. Ha un nome morbido ma una salita dura. Una camminata che porta direttamente sul ghiacciaio, il vento soffia tra le spianate azzurre. Visto da lassù sembra enorme, rende risibile ciò che l'occhio del turista vede (e apprezza) normalmente.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Il sottosuolo mi affascina. Non solo nella sua accezione di dimora per cadaveri, ma anche per quella sua capacità di aprirsi improvvisamente in regge eleganti, saloni maestosi retti da pilastri in eterna costruzione, goccia dopo goccia, millennio dopo millennio. Una delle meraviglie della natura: mentre noi corriamo con le nostre vite piene di affanni e vuote di paziemza, ci preoccupiamo del tempo che passa inesorabile, lasciando poi spazio ai nostri figli, ai nostri nipoti, poi ancora ai nipoti dei nipoti e alle loro preoccupazioni, una goccia si affaccia lentamente e timida si chiede "che faccio, mi butto?", senza che la goccia alle sue spalle le dica mai di sbrigarsi.

+Chiudi gli occhi. Riaprili. Cosa hai visto?
-Frammenti di vita che restano legati a persone di passaggio, attimi di bellezza che ci scambiamo con gente che non abbiamo mai visto prima e che probabilmente non rivedremo più. Dalla bruttura della massa si ergono all'improvviso figure che destano interesse. Negli aeroporti, in una stazione, in una camera sovraffollata di un ostello. Come Simon, pazzo hooligan olandese, Aielet che vuol costringermi a fumare, una giovane tedesca di cui non ho saputo neppure il nome con cui si parla di viaggi per tutta la sera, Olivia che è da un anno e oltre che va in giro per l'Europa e nel suo campionario di esseri sottoposti ai suoi studi psicologici per qualche ora mette pure me. O come una ragazza con un nome luminoso e un sorriso ancora umido che mi dorme accanto stanca ma tranquilla e rassicurata solo dalla presenza di uno sconosciuto.

sabato 3 dicembre 2016

Nell'estate del 97 sorridevo divertito

Nell'estate del 1998 ricevetti una cartolina da Simona. Era agosto. Mi aveva scritto da Oslo e ricordo benissimo che quando vidi quella foto provai una grandissima invidia. La cartolina, senza voler accusare Simona di aver cattivo gusto, non è che rendesse particolarmente giustizia alla capitale norvegese: montagne di luci si riflettevano su se stesse e si fondevano con altre in un effetto abbastanza sfuocato, sotto a una nube nera in un cielo arancione-azzurrognolo, mentre in un angolo campeggiava la scritta quantomeno approssimativa "Oslo by night". Ma avrei voluto esserci io a Oslo. E invece in quelle settimane mi trovavo a neanche cento chilometri da casa, nella valle bergamasca dove erano soliti passare le vacanze i miei nonni. Per mia nonna, sarebbe stata l'ultima estate. 
A Oslo io non c'ero mai stato e della Norvegia non sapevo praticamente nulla. Non sapevo cos'era un fiordo, non avevo idea di quale fosse il ghiacciaio più grande, neanche ero tanto sicuro se ci fossero montagne o se fosse una terra pianeggiante piena di laghi come la Finlandia. Ovviamente non parlavo neppure una parola di norvegese e non avrei mai sospettato che da quelle parti si parlassero due varianti differenti della stessa lingua. Eppure avrei voluto veramente essere là, con o senza Simona. Guardavo la cartolina e pensavo "chissà se un giorno riuscirò ad andare là". Il Nord era una necessità. Non doveva proprio essere Oslo, poteva essere qualsiasi altra città di lassù, andava bene qualsiasi cosa, Norvegia, Svezia, pure Danimarca, poco importava. Non era passato poi così tanto tempo da quando c'ero stato. Era l'estate del 1997 quando passai un mese in Finlandia e da allora il Nord me lo portavo dentro. Avrei tanto voluto tornarci. E invece avevo l'impressione che sarebbe stato solo un sogno, quasi impossibile da realizzare. Avrei probabilmente continuato a vedere Simona, ma non il Nord.
Invece non andò così, perché pochi anni dopo, nel 2002, tornai in Finlandia, arrivando fino al nord del Nord, superando il circolo polare. Neanche un anno dopo, passai dalla Danimarca e dalla Norvegia, ma soprattutto passai dieci mesi in Svezia. Poi un altro mese in Norvegia, prima di tornare in Italia. Con lo stesso timore che la mia vita potesse consumarsi lontano dal Nord, che sicuramente sarebbe rimasto impassibile e del tutto indifferente a una mia eventuale assenza. 
E invece, di nuovo, non andò così. Non ci furono più stacchi. Da allora, fortunatamente, ogni anno posso tornare nel Nord, almeno in una piccola parte di quella zona di cui non sapevo nulla o quasi. Quest'anno ho passato più tempo in Norvegia che in Italia o altrove. Quando sto lassù, abito accanto a un fiordo, vicino al ghiacciaio più esteso dell'Europa continentale, senza dubbio so che le montagne da quelle parti sono molte. Riesco vagamente a parlare una lingua bastarda, un miscuglio tra svedese, norvegese e dialetti vari.
Simona invece non ho idea di cosa faccia e di dove abiti ora. Già a settembre, nel 1998, ci si salutava solo per casualità. Non per motivi particolari, ma era una di quelle persone che si incrociano per un po' e poi svaniscono.  L'ultima volta che l'ho vista forse è stato nel 2000, o altrimenti poco oltre. Nonostante ciò, penso anche a lei ogni volta che arrivo là. E quando ora qualcuno mi chiede di Oslo, rispondo che per me è una città carina, ma niente di che. Poi, quasi sempre, mi viene in mente quella cartolina.

martedì 8 novembre 2016

The starman

In un'epoca in cui definirmi bambino era più che accurato anche -e forse soprattutto- da un punto di vista prettamente anagrafico, capitò che ci fu una sera in cui arrivò un signore a passare del tempo in ciarle nella casa in cui stavo e in cui di tanto in tanto mi capita di stare pure nell'attualità. Quel signore parlava parlava parlava, snocciolava parole su parole inerenti ad argomenti che non ricordo io e probabilmente non ricordano neppure gli altri presenti. A un certo punto però mi parlò delle stelle, evidenziando come esse non fossero tutte uguali tra loro e come fossero diverse da quanto io bambino anagrafico -e non solo- mi aspettassi. Nane rosse. Nane bianche, quelle degeneri delle nane bianche! Nane nere, eventualmente, non certe, ipotetiche. Le stelle del resto rimangono là, lontane lontane lontane, possiamo anche pensare che dove c'è il buio ce ne fosse ipoteticamente una. O ce ne sia una spenta. Nera. Che sul nero visibile da qui, non risalta più di tanto. Quel signore disse tante cose sulle stelle. E anche sui pianeti, tipo che se uno non ci fa attenzione e vede un puntino luminoso in cielo pensa che è una stella e invece poi se si fosse informato per benino avrebbe saputo che sta guardando un pianeta. Poi volendo uno si può anche informare proprio bene e sapere addirittura quale pianeta sta visionando nella notte buia e profonda ricca di mostri trasparenti trapuntati piuminati stellati e solitari (perché la loro caratteristica principale è comunque la trasparenza e tra di loro non si vedono e allora sono convinti che nell'immensità forse infinita dell'universo sono soli, invece si sbagliano, perché noi, o almeno quelli di noi che passano più tempo del dovuto a guardare il cielo, li vediamo e possiamo capire che sono svariati). Dopo aver accumulato un po' di nozioni sulle stelle, apparivo interessato all'argomento. Qualcuno pensa che sia brutto non accontentarsi della bellezza e voler vedere cosa ci sia dietro. Ma poi qualcun altro, con cui sono abbastanza d'accordo, disse che un bel tramonto, anche quando pensiamo che sia il frutto di una grossa fusione nucleare, resta comunque un bel tramonto. 
Capitò in seguito che quel signore mi regalasse il suo telescopio, una cosa che a me bambino sembrava enorme e forse lo era veramente. Aveva un filtro verde scuro per guardare la luna. Un altro filtro scurissimo serviva per guardare il sole. Le luci della città non erano l'ideale per scrutare il cielo. Lui per motivi suoi non aveva più da usare il telescopio, non gli serviva più. Credo di aver deluso molto le sue aspettative, anche se lui non l'ha mai saputo io il suo telescopio l'ho lasciato inutilizzato sul balcone e dopo poco tempo ho assistito al suo smembramento. Ci possono stare tante cose su un balcone: i vasi, gli innaffiatoi, dei cestoni, i fagiolini da tagliare, le biglie, le partite di pallone e il torneo di calcetto in solitudine, la gatta, i panni stesi, la valigia che prende aria, le scarpe bagnate, l'ombrello ad asciugare, io che leggo i fumetti. Il telescopio no, e ora da tanti tanti tanti anni non c'è più. Non saprei dire dove sono finiti i suoi pezzi e probabilmente avendo l'occasione non saprei neppure rimontarlo. Ma tanto le luci della città non sono l'ideale per scrutare il cielo. Adesso è ancor peggio rispetto a quell'epoca in cui ero bambino e il signore mi parlò delle stelle. 
Anni dopo, in un'epoca in cui forse per definirmi anagraficamente sarebbe azzeccato utilizzare il termine inglese teenager, mi capitò di passare dalla casa del signore delle stelle. Ogni volta che mi capita di passare sulla via in cui stava casa sua, penso a lui. E penso al suo gatto. I gatti e i cani sono anch'essi cristalli. Per me un gatto o un cane che ero abituato a vedere nel 1988, non ha ragione di essere morto. Potrebbe essere che sia ancora lì in quel cortile dove stava nel 1988. Casa sua puzzava di piscio di gatto all'ingresso, perché lì c'era la lettiera. Poi in sala c'era un odore abbastanza pungente di fumo. Fumava molto il signore delle stelle. Eravamo a casa sua per portargli un piccolo regalo. In quell'occasione, scoprii l'esistenza di Charles Bukowski e della follia come concetto ordinario. 
Passarono molti anni. In alcuni di essi mi capitò di parlare col signore delle stelle per telefono, normalmente inventando scuse per dire che mia mamma non era reperibile anche se in realtà lo era. Non per scelta mia per fargli sgarbo, erano ordini dettati dall'alto. Mi succedeva anche di incrociare il signore delle stelle per strada e di salutarlo, senza molte altre parole. Anzi, col tempo le parole divennero sempre meno. E anche gli incroci, perché spesso quando vedo una persona che conosco la evito. Anzi ogni tanto esco con la voglia di incontrare qualcuno che conosco giusto per cambiare strada e poi riuscire a non farmi vedere. 
L'ultima volta che parlai con l'uomo delle stelle, fu perché mi chiese se avessi un euro. Non perché mi conoscesse e gli servisse quell'euro in modo impellente per fare qualcosa di importante, ma perché era divenuta sua abitudine chiedere soldi ai passanti. Per comprarsi le brioche, il bicchiere di vino bianco all'osteria della stazione o le sigarette. 
La sanità mentale è un'imperfezione e negli anni l'uomo delle stelle aveva fatto un po' di passettini verso la perfezione. Ormai non lo si vedeva più in giro, pare che fosse finito in una sorta di comunità, non mi sono mai informato più di tanto. 
Arrivò anche l'ultima volta in cui lo vidi, magro, molto magro, rasato di barba e di capelli, sguardo vuoto e giacca pesante in un giorno caldo. E così l'ultima volta che lo vidi, pensai come fosse possibile che non avesse caldo. 
Questo post l'avrei voluto scrivere qualche mese fa, in estate, in occasione del suo funerale. Ma poi la mia pigrizia mi ha ostacolato. Ma ho ripensato a lui in queste sere, in questo paesino che non ci riesce molto bene ad assomigliare a una città, in cui le ore di buio sono più di quelle di luce, dove i lampioni ultimamente non si accendono e dunque quando il cielo è terso si vedono benissimo le stelle. 
Ciao Ennio.

lunedì 23 maggio 2016

Bye bye déjà

Aprile fu ventoso, come tanti anni prima. Vicino scorreva un fiume, lontano le città. Di notte le rane gracidavano e brillavano le stelle, di giorno pioggia e sole si potevano alternare senza fornire sostanziali differenze a chi ci viveva sotto. Un giorno vidi un fiume che fino a poche ore prima non esisteva. Scorreva senza particolare impeto in un letto preposto al suo passaggio. Un canale quasi sempre vuoto che d'improvviso si riempiva, per tornare vuoto e secco dopo poco tempo. Molte cose tendono a somigliarsi se non si bada alla forma, ma piuttosto al contenuto. Senza cascate, si potevano trovare conchiglie stupende.
Cominciai di nuovo a riempire buche, scavate dai cinghiali durante l'inverno. Poi tolsi molti sassolini, per rafforzare gli argini. Di nuovo buche. Vuote. Piene. E poi alveari abbandonati, tetti scoperchiati, raccolte interminabili di foglie e rami.
Arrivarono i tedeschi, come tanti anni prima. Poche parole per loro e un disprezzo crescente.
Un gatto nero con una piccolissima macchia bianca sul collo passava veloce sullo sterrato, le lumache al contrario si inseguivano lentamente, senza trovarsi prima che arrivasse il buio. Un ragno di dimensioni notevoli non riusciva a scavalcare i bordi di un'insalatiera.
Nel frattempo contai macchine, ascoltai canti partigiani francesi e pensai a quanto fosse labile il concetto di bellezza: la decadenza di fabbriche in disuso, gli alberi che crescevano tra le finestre, erano fantastici per me, ma non per un uomo che passava nello stesso momento da quelle parti in macchina.
Mi trasferii poco distante, sempre lungo lo stesso fiume, per caricare foglie, tronchi segati ed erba ormai secca su una cariola per viaggi infiniti, e ancora rami spezzati ovunque, rami tranciati, cesoie e forbici. Passai di nuovo molto tempo a tagliare. Dopo moltissimi anni persi di nuovi i sensi, assaporando per un attimo la bella sensazione di non sapere, non vedere, non sentire, non capire, non esserci.
Sulle montagne ritrovai la libertà, perdendomi sempre più rapidamente, pestando i ricci con le mani, camminando sui cespugli, ingrovigliandomi nelle spine, respirando l'odore del legno bruciato sulla cresta della montagna annerita. Andai a visitare anche l'abisso, luogo gradevole come spesso succede. All'uscita il sole splendeva fortissimo.

lunedì 25 aprile 2016

25 aprile 2016

E a chi voleva la libertà
cosa gli diciamo?
Ai compagni morti per niente
cosa raccontiamo?
Che un pelato appeso a testa in giù
poteva bastarvi?
Caro Valerio,
non dovevate fermarvi.

sabato 23 aprile 2016

E s'apre di spine e cardi la mia pelle

Quando arrivò il tre, me ne andai verso le vigne. Era vero che in quella zona c'erano rapaci. Era vero che c'erano anche alcuni avvoltoi. Vidi subito delle aquile, furono le uniche a Bourdic. Iniziai a interpretare molte attività in maniera simbolica. Tagliammo principalmente rami. Cesoie senza molla per fare più fatica. Alla fine furono circa 1700 le piante amputate, mentre più sicuro era il numero di ragni che vivevano sui soffitti del salone e del bagno: 68. Così tanti e io così indifferente, come se non li avessi mai temuti, come se non fossero mai stati un incubo, il terrore, un salto dall'auto in corsa o il rigurgito di una notte di fine estate. Trovavo più noioso il topo che la mattina presto decideva di rosicchiare cibi in sacchetti rumorosi, che portavano via un po' di tempo al sonno. 
Un giorno dietro di me ci fu un regista famoso e davanti un attore al suo primo lungometraggio. 
Il tiro con l'arco giapponese aveva troppi rituali e la sua lentezza si contrapponeva in modo netto sia alla fuga finale della freccia che alla corsa notturna del cinghiale.
Quando arrivai ad Avignone, continuai a tagliare. Tagliai parti che qualcuno trovava distintive con una facilità che mi fece sorridere. Ero diventato più anonimo all'esterno che all'interno. Il posto che toccava a me era stato occupato da una ragazza argentina nel sangue e nella risata, passammo la serata insieme, bevendo birra comprata da uno sconosciuto a casa di un altro sconosciuto. Quando tornammo ai nostri letti era quasi mattino e prima di addormentarmi le scrissi il mio nome tra le gambe. Pochi giorni dopo, un corvo impagliato mi fissava di nuovo dalla vetrina di un museo.
Passai due settimane a gettare fondamenta per nuove costruzioni, a legare materiali perché potessero stare insieme più tempo e più saldamente. E tagliai di nuovo rami. Di quel periodo ricordo lo yogurt denso e compatto, François il ragno solitario, le monete turche e rumene, un bosco incantato, la musica nella grotta, un fiume adatto alla sparizione, un cane che aspettava l'acqua la mattina e un bambino che forse avrà già sognato tante volte di fare l'astronauta. 
L'anno prima pasqua aveva portato la neve e un lungo viaggio. Stavolta, pioggia e pochi passi. Ero di nuovo ad Avignone, non trovai alcuna ragazza argentina, sulla strada principale una voce microfonata ripeteva nomi tempi e complimenti per la vittoria di categoria. Mi chiesi se per caso quel giorno qualcuno avesse perso, poi non ci pensai più e andai tra i negozi che sapevano di lavanda, passando sotto gli sguardi di almeno due decine di madonne affrante. 
Andai verso i boschi col timore di sbagliare fermata, invece scesi a quella giusta, a poca distanza da aprile.

venerdì 11 marzo 2016

Och tåget rullade en gång till

Dopo l'uno, senza sorprese si presentò il due. Il problema sul quando stare altrove fu mitigato da eventi sportivi in cui si rividero diversi ex compagni di viaggio in quel mondo della pallavolo che ancora fa sentire la sua assenza quando sempre più raramente mi capita di metter piede in una palestra. L'ultima volta, proprio in quel palazzo, dopo un'entrata trionfale accompagnata da insulti di un'intera tifoseria, ci fu l'unico trofeo. Dopo anni, ci fu una stretta di mano e un ringraziamento a chi mi portò la coppa sotto gli occhi. All'uscita pioveva, sia dentro che fuori. 
Una mattina mi ritrovai alla stazione dei bus in quel posto dove circa vent'anni prima avevo visto chissà quanti concerti, attaccato alle casse, con le botte fisse sulle creste del bacino, tra l'odore di birra e di marijuana. Invece ero a tanti anni e qualche centinaio di metri di distanza da tutto ciò, con una valigia rossa e un adesivo polacco in attesa. All'arrivo fu Nizza, troppo italiana, tra topi, l'uomo nero e un carnevale che non mi fece divertire. Un passaggio sulle montagne, un altro di ritorno verso il confine, un monastero lasciato vuoto, il freddo al pensiero di dio, la rabbia al pensiero che un pezzo di carta basti a stabilire chi siamo e dove possiamo andare. Venne il tempo di andare a Marsiglia, di cambiare i programmi e di starci solo due giorni, tra il distruttore di Roma e l'aiutante dei siriani. Poi Montpellier. In stazione un tossico rovinò l'entrata in scena. Un giorno piovve forte, fortissimo. Un solo giorno. I gatti miagolavano alle cinque di mattina. Io ero già sveglio, a volte in contemplazione di una madonna dipinta che il tempo aveva velocemente scrostato, rendendola inesistente. A tratti sembrava ci fosse troppo tempo, un'abbondanza da lasciare vuota, non avevo nulla da aggiungere, il mio stupore era fuori luogo e del resto neppure io appartenevo a quel posto. Persi a briscola e non fu un caso. Ci fu da partire e stavolta ero io che lasciavo. C'è sempre un paio d'occhi che se ne va prima dell'altro. A Nîmes passai quel giorno che tre volte su quattro non esiste, incontrando la solitudine. Era davvero in forma e decise di restare.